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segnalato da Freeonline.it
Ranking, un fenomeno di vecchia data
Raffaella Cornacchini
 


I ranking1 delle università non sono un fenomeno nuovo: le prime graduatorie in ambito accademico risalgono infatti a quasi cento anni fa, quando negli Usa alcuni Stati presero a vagliare i risultati degli esami di abilitazione all’esercizio di alcune attività professionali per valutare da quali istituzioni provenissero le più alte percentuali di promossi. Dalle classifiche così elaborate si sviluppò una serie di studi, il primo dei quali era significativamente intitolato Where We Get Our Best Men, che si prefiggevano di esplorare il background formativo degli “uomini migliori”, individuati nei più eminenti scienziati e negli uomini di affari di maggior successo degli Stati Uniti. Vale la pena di notare che, anche un secolo fa, a dominare le classifiche erano Harvard e Yale.
Un nuovo e ben più ampio parametro di valutazione si ebbe intorno al 1960, quando lo sviluppo di ampi database come il Science Citation Index e il Social Science Citation Index fornì un eccellente strumento, tuttora largamente adottato, per la misurazione quantitativa della produzione scientifica di ricercatori e accademici.
Gli anni Ottanta furono caratterizzati dalla diffusione dei ranking negli Usa, in Canada, ma anche in Europa. Le classifiche di questi anni, tra cui spicca per longevità quella dello US News & World Report che dal 1983 si sussegue con regolare cadenza annuale,  avevano in comune alcune caratteristiche: l’ambito di indagine, nazionale e senza aperture all’estero; l’approccio alle università, valutate nel loro complesso senza scendere nel dettaglio delle caratteristiche dei singoli dipartimenti o facoltà;  la finalità di guida e di indirizzo del vasto pubblico; i fruitori, individuati nei giovani immatricolandi e nelle loro famiglie; la diffusione tramite canali commerciali adeguati per un target non specialistico.
Il decennio seguente e la fine del XX secolo portarono profonde modifiche ai ranking accademici che non si limitarono più a valutare quelle semplici attività di didattica che potevano interessare il vasto pubblico, ma si allargarono alla ricerca, superando i confini dei singoli Stati per elaborare statistiche e raffronti tra le 17.000 università dei cinque continenti.
I ranking del nuovo millennio sono in costante trasformazione e presentano numerosi spunti innovativi.
Alcune classifiche, tra cui quella realizzata nel nostro paese da “Repubblica”, disaggregano ciascuna università per giungere alla valutazione delle facoltà e dei dipartimenti migliori. In Germania il ranking online del Centre for Higher Education Development (Che) consente di selezionare gli elementi di interesse all’interno di un’ampia gamma di indicatori per stilare così classifiche personalizzate alle esigenze dei singoli visitatori del sito. Questi due ranking, così come altri, hanno inserito tra i propri parametri di valutazione la soddisfazione degli studenti, chiamati ad esprimersi in prima persona attraverso capillari sondaggi di opinione.
Tale è ormai l’importanza dei ranking che diversi paesi, tra cui Taiwan, Nigeria, Kazakhistan e Pakistan, li hanno ufficialmente adottati come strumenti di indirizzo delle politiche in materia di istruzione superiore. Elaborati da agenzie governative o paragovernative, i ranking sono considerati in questo caso un efficace strumento nel cammino verso l’eccellenza.

Autorevoli ma diversi
I ranking più autorevoli attualmente sono quattro e provengono da contesti diversi. Uno viene elaborato in Gran Bretagna, un altro in Cina, il terzo in Spagna, l’ultimo in Francia; sono diversi come risultati e come parametri utilizzati. Vediamoli in maggior dettaglio.
Nell’ottobre del 2009 l’inglese Times Higher Educa
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