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Italia, cresci o esci!
Roger Abravanel, Luca D’Agnese
 


Garzanti, Milano 2012
Il volume riprende alcuni temi affrontati in pubblicazioni precedenti (Meritocrazia, 2008; Regole, 2010, scritto sempre con D’Agnese) al fine di creare un vero e proprio “manifesto per la crescita”, rivolto ai giovani, a «coloro che hanno meno di 30 anni», nella consapevolezza che per uscire dalla crisi occorre una “trasformazione epocale” della nostra economia.
Dopo aver ripercorso le tappe della crisi, nel secondo capitolo si analizzano alcune cause della mancata crescita italiana: un’economia vecchia di cinquant’anni, il ritardo digitale, le opportunità perse nel settore dei servizi (nel rapporto del World Economic Forum l’Italia si colloca al 28° posto nel settore dei servizi turistici contro il 4° della Francia e il 6° della Spagna), l’incapacità delle imprese italiane di sfruttare le opportunità di cambiamento e di crescere, tanto che l’acronimo PMI viene sciolto dagli autori come “piccole e micro imprese” (p. 52).
Tesi provocatorie che si raccordano tutte intorno a una riflessione: «Dobbiamo articolare una visione a lungo termine sulla crescita dell’Italia. Cosa che oggi manca. Questa visione del nostro futuro non è fatta solo di percentuali di PIL e di provvedimenti legislativi, deve diventare un racconto del paese che vogliamo creare nei prossimi anni. Deve apparire chiaro e convincente, dovrebbe idealmente generare negli italiani una spinta emotiva, un desiderio di cambiare e di azione» (p. 12). In Italia manca una “cultura della crescita”, come si osserva nel terzo capitolo del libro. Questa lacuna dipende innanzitutto dal mancato rispetto delle regole, e dalla mancata consapevolezza che rispettarle va a vantaggio di tutti.
L’evasione fiscale, sottolineano gli autori, è la «madre di tutti i circoli viziosi» (p. 62), ma vi sono anche altri mali: la giustizia civile che non funziona, la scuola che non forma, le liberalizzazioni che potrebbero funzionare, la necessità di ripensare un modello di welfare familiare, un mercato del lavoro inadatto a una società post-industriale. Su questo aspetto e sui limiti della riforma Fornero, Abravanel insiste molto nel quarto capitolo, dove vengono analizzati gli elementi di quella che, riprendendo un’espressione di Pietro Ichino, viene definita apartheid, con la discriminazione di dodici milioni di lavoratori dipendenti di piccole aziende, precari e partite IVA di nome, rispetto ai nove milioni di lavoratori nelle aziende medie del settore privato e del pubblico impiego, protetti dai sindacati e dall’articolo 18.
Tesi non tutte nuove, ma sempre necessaria base di discussione. Compresa un’idea diversa della spending review, con un confronto di ciò che avviene nei paesi anglosassoni, un esame dei tentativi fatti in precedenza dai governi italiani e l’auspicio di una nuova classe dirigente con capacità di leadership e trasparenza (già in Meritocrazia una delle proposte era proprio «mille leader per la pubblica amministrazione»).
Il manifesto posto alla fine del volumetto invita i giovani a fare tutto il possibile per raggiungere al più presto l’indipendenza economica dalla famiglia, cercare la migliore istruzione per entrare nel mondo del lavoro prima possibile, coltivare con entusiasmo le proprie passioni nello studio e nella vita, abbandonare la comfort zone (facendo esperienze di lavoro all’estero o imparando ad apprezzare la diversità anche in patria), iniziare a “restituire”, investire nella capacità di comunicare, non avere paura dei fallimenti, ricercare incessantemente la meritocrazia e il rispetto delle regole.
Maria Cinque
 
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