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Germania e Francia: nuove discussioni sull’uso esclusivo dell’inglese nelle università
 


Nei Paesi del nord Europa il ricorso alla lingua inglese nelle università ha cercato di compensare la debole diffusione all’estero delle lingue nazionali, considerato un handicap per l’attrattività degli atenei locali: le mete preferite dagli studenti, specie per il programma Erasmus, sono state Regno Unito, Francia e Germania.
 
Nei Paesi Bassi i Master sono tenuti quasi esclusivamente in inglese: nell’Università di Maastricht l’unico corso – su 46 – tenuto nel 2008-09 in olandese è stato quello di Diritto olandese. Analoga situazione in Svezia: qui l’uso dell’inglese è consolidato, ma nell’Università di Stoccolma è stata avviata un’inchiesta su larga scala per valutarne i pro e i contro. In Danimarca nel ciclo di Conferenze Parallel language use and internationalisation at Nordic Universities – costly but great si è cercato di fare il punto della situazione nell’ultimo triennio.
 
Ben consolidata la situazione in Germania (oltre 600 i corsi universitari in lingua inglese), dove l’utilizzo dell’inglese ha attratto un buon numero di studenti e studiosi, ma non mancano le voci critiche. Le Raccomandazioni sulla politica linguistica nelle università tedesche della Hochschulrektorenkonferenz (HRK, la Conferenza dei rettori tedesca) partono dal presupposto che la lingua rappresenti una giusta dimensione della cultura internazionale di un ateneo: pertanto, viene suggerito di preservare il tedesco come lingua di espressione e di trasmissione del sapere, garantendo però una formazione linguistica diversificata nello spirito degli obiettivi dello Spazio europeo dell’istruzione superiore. Non tutti i docenti possono vantare conoscenze linguistiche in inglese tali da assicurare un insegnamento di elevata qualità; al tempo stesso, gli studenti appaiono più passivi e meno disponibili a comunicare in una lingua diversa dalla propria e anche la ricerca scientifica potrebbe essere alla lunga danneggiata dalla mancata conoscenza di ricerche effettuate in altre lingue europee.
 
Più serrato il dibattito – che sta dividendo intellettuali e accademici in Francia – sull’art. 2 della Loi d’orientation pour l’enseignement supérieur et la recherche (la nuova legge di riforma universitaria francese in fase di discussione parlamentare è stata approvata dall’Assemblée Nationale il 23 maggio, e dovrà essere discussa dal Senato), che autorizza i corsi universitari in lingua inglese, impartiti nel quadro di un accordo con istituzioni straniere o internazionali o di programmi che beneficiano di finanziamento europeo. Per il disposto costituzionale e della cosiddetta Legge Toubon (la Costituzione francese, adottata nel 1958, prevede all’art. 2 che la lingua della Repubblica è il francese; la Legge Toubon del 1994 – dal nome del ministro della Cultura dell’epoca – ha l’obiettivo di proteggere il patrimonio linguistico nazionale) il francese è stato finora la lingua ufficiale dell’insegnamento e di tutti gli aspetti della vita pubblica. Di fatto, secondo due recenti indagini dell’Institut National d’études démographiques (INED), i corsi in lingua inglese sono già molto diffusi e interessano il 26% delle università francesi e l’11% dei corsi, soprattutto di ingegneria ed economia.
 
La nuova misura dovrebbe contribuire – secondo il ministro dell’Istruzione Superiore e della Ricerca Geneviève Fioraso – ad attrarre più studenti da paesi come Cina, India, Brasile e Corea. Per mitigarne la portata è stato comunque già adottato un emendamento, che obbliga l’insegnamento del francese anche nei corsi in lingua inglese.
 
Maria Luisa Marino
(30 maggio 2013)

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