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Il governo manageriale delle università. Dal direttore amministrativo al direttore generale
Sandro Mainardi, Claudia Piccardo, Enrico Periti (a cura di)
 


Il Mulino, Bologna 2013, pp. 232
 
Università sottofinanziate e perennemente riformate, alle prese con una preoccupante perdita di credibilità sociale, formativa e culturale. Questo lo scenario di contesto nel quale si trovano oggi a operare gli attori di governo del sistema universitario italiano, uscito profondamente rinnovato dall’entrata in vigore della legge 240/2010 e dei suoi numerosi decreti attuativi. Una governance revisionata nel suo assetto strutturale e nelle sue prerogative funzionali, caratterizzata (almeno sul piano normativo) da una scansione più netta rispetto al passato dei compiti assegnati al senato accademico e al consiglio di amministrazione, dalla scomparsa delle facoltà e dalla riconfigurazione dimensionale dei dipartimenti, dalla maggiore responsabilizzazione dei nuclei di valutazione e dalla creazione della commissione paritetica docenti-studenti, dall’introduzione del Fondo per il merito e dell’abilitazione scientifica nazionale, dall’obbligo per gli atenei di adottare un sistema di gestione contabile-patrimoniale. Una riforma caratterizzata anche dal passaggio dal direttore amministrativo al direttore generale e dalla creazione della figura del rettore “a tempo determinato”, che sostituisce quella del rettore plurimandatario, vero e proprio deus ex machina dell’università pre-riforma.
Tutto questo avviene in una fase caratterizzata dalla costante decurtazione delle risorse, che richiede azioni e comportamenti nuovi per gestire le conseguenze improvvide della spending review. Sullo sfondo, il difficile momento storico che vivono gli atenei italiani, alle prese con un ridimensionamento strutturale imposto non solo dagli effetti di una crisi economica che non sembra concedere requie, ma anche da comportamenti talvolta arbitrari e scelte poco ponderate sul piano della programmazione, legittimate da una dimensione autonomistica non sempre calibrata sulle istanze di trasparenza, qualità, merito ed efficienza che dovrebbero ispirare l’attività di un sistema funzionale, l’università, legato per statuto agli interessi degli stakeholder di riferimento (studenti, famiglie e imprese in primis).
In questo contesto sta avvenendo il passaggio di consegne dai direttori amministrativi ai direttori generali: una fase estremamente delicata, che il volume curato da Sandro Mainardi, Claudia Piccardo ed Enrico Periti analizza sul piano normativo, finanziario e politico, nel tentativo (riuscito) di ricondurre tale innovazione nel quadro programmatico delle riforme cui il sistema universitario è sottoposto da almeno un quindicennio. Un cambiamento sostanziale, se solo si considera che il direttore generale è individuato dalla legge come organo dell’ateneo insieme al Rettore, al Consiglio d’amministrazione, al Senato accademico, al Nucleo di valutazione e al Collegio dei revisori dei conti. Per evitare sovrapposizioni di competenza tra i vari organi istituzionali, e in particolare tra Cda e Senato, la legge 240/2010 ha provveduto a scindere innanzi tutto le figure del direttore e del rettore, visto che «nel passato ci sono state molte esperienze in cui i ruoli di Rettore e Direttore si sono accavallati, nel senso che il Rettore tendeva a svolgere il ruolo del Direttore piuttosto che porre attenzione all’accademia nel suo insieme; le questioni accademiche erano gestite nel chiuso delle facoltà senza visione di ateneo e senza capacità di relazione tra le facoltà stesse» (p. 10).
I rapporti di forza mutano profondamente nella fase di attuazione della legge 240/2010, che attribuisce ai direttori generali «la complessa gestione e attivazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo dell’ateneo», mentre al rettore compete (tra le altre cose) la «rappresentanza legale dell'università e delle funzioni di indirizzo, di iniziativa e di coordinamento delle attività scientifiche e didattiche». Di qui la necessità di interpretare le nuove funzioni dei direttori generali in rapporto alle istanze riformistiche e alle esigenze contingenti degli atenei, proiettati verso un ridimensionamento strutturale che passa attraverso la razionalizzazione e la standardizzazione delle spese, l’ottimizzazione e la valorizzazione delle risorse umane in base alle competenze, la promozione della trasparenza contabile e informativa, la valutazione della qualità della didattica e della ricerca.
Uno sforzo interpretativo compiuto proficuamente nel volume, finalizzato a prefigurare gli effetti immediati dei nuovi strumenti introdotti dalla legge per promuovere un vero governo manageriale delle risorse economiche e umane degli atenei: l’introduzione della contabilità economico-patrimoniale, che dovrà essere corroborata dalla contabilità finanziaria e di cassa e dettagliata da una contabilità analitica; l’adozione del bilancio unico d’ateneo; l’introduzione dei costi standard nell’allocazione delle risorse. Innovazioni che obbligano le comunità accademiche a un ripensamento profondo sugli effetti di una tale rivoluzione, anche (e forse soprattutto) sul piano della programmazione e del reclutamento, dal momento che «la partita delle risorse non inizia e finisce al loro interno ma si gioca in uno scacchiere di ateneo dove le scelte degli altri dipartimenti e tutti insieme devono caratterizzare quelle dell’intero ateneo, potendo godere della trasparenza di un bilancio condiviso» (p. 12).
Una visione di sistema, dunque, che impone agli stessi dipartimenti una responsabilità funzionale significativa, privati come sono dalla legge dell’autonomia finanziaria di un tempo, e non potendo più contare su un proprio conto corrente, né su un proprio bilancio consuntivo e preventivo: contribuiranno, d’ora in avanti, alla formulazione del bilancio di ateneo, destinato a divenire pluriennale e consolidato con gli interessi dell’ateneo in altri soggetti giuridici. Sfide impellenti che l’università è chiamata ad affrontare secondo i dettami di un processo di riforma più ampio, e che tocca un po’ tutti i settori nevralgici del sistema, come conferma la revisione degli statuti che gli atenei hanno dovuto affrontare in ossequio al dettato della legge, e dalla cui lettura «sembra che l’introduzione della figura del Direttore generale sia avvenuta senza particolari riflessioni, come si suol dire… con il freno a mano tirato!» (p. 15).
Al volume va dunque il merito di aver posto una serie di riflessioni e spunti critici stringenti nell’attuale fase di razionalizzazione del sistema, alle prese con gli sviluppi di una riforma della governance che altera equilibri atavici degli atenei, divenuti in parte anacronistici alla luce dell’attuale processo di modernizzazione del sistema, come messo in evidenza nei saggi di Riccardo Salomone, Sandro Mainardi, Claudia Piccardo, Filippo Pellicoro, Marco Mancini, Enrico Periti. L’obiettivo è quello di «cogliere l’attesa che si ha con l’avvio del nuovo ruolo, di verificare il grado di consapevolezza della novità professionale richiesta, di percepire il nuovo come opportunità, consapevoli della possibilità che tale ruolo sia distante da quello del Direttore amministrativo, tanto da trovarsi in difficoltà a viverlo nella sua pienezza» (p. 15).
Andrea Lombardinilo
 
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