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Il ruolo delle università per lo sviluppo del capitale umano
Indagine "People First"
 


L'indagine di Confindustria PEOPLE FIRST - Il capitale sociale e umano: la forza del Paese offre un attento approccio multidimensionale al prezioso fattore del capitale umano da utilizzare come possibile leva per il rilancio dell'Italia, dopo sette anni di grave crisi economica. Una crisi che sembra aver demotivato le persone, diminuendo l'investimento delle famiglie in istruzione e alimentando così un circuito non virtuoso, alla base della scarsa crescita. Il potenziamento formativo, oltre ad innalzare produttività e tasso di sviluppo, ha importanti effetti redistributivi e fornisce un'occasione di ascesa sociale ed economica. Scuola e Università sono le principali istituzioni, che consentono di accumulare capitale umano e capitale sociale.

La corposa ricerca di Confindustria, con l'ausilio di molteplici tabelle e grafici, mostra le incongruenze che contraddistinguono il quadro formativo italiano degli ultimi decenni, prospettando la ricerca di obiettivi più immediati in un contesto globale di forte e continuo cambiamento: insegnare ad imparare nuovi saperi in presenza di nuovi lavori; maggiore permeabilità tra imprese e formazione; preparazione ad un confronto di cooperazione e di competizione con l'estero.

Secondo gli analisti, l'Università è il segmento che resiste al cambiamento, nonostante l'avvio di due importanti riforme, una sulla didattica e l'altra sulla governance. Gli Atenei sono afflitti oggi dagli stessi problemi di fine secolo scorso: alto tasso di abbandoni, massiccia presenza di fuori corso e grande eterogeneità negli standard della ricerca accademica anche all'interno dei medesimi Atenei e Dipartimenti. Non pochi laureati (Indagine OCSE-PIAAC, vedi articolo su Universitas) hanno competenze matematiche e linguistiche inferiori a quelle dei migliori diplomati e nettamente più basse di quelle dei coetanei laureati di altri Paesi.

Tra i fattori principali di questi problemi, si segnalano l'immobilismo dell'insegnamento accademico e della ricerca, il falso mito dell'apertura degli accessi e la mancata incentivazione del corpo docente. La riforma dei tre cicli di studio del Processo di Bologna è riuscita ad ampliare la platea studentesca, con il risultato che il numero dei laureati magistrali è simile a quello dei vecchi laureati quadriennali. Scarsa permeabilità anche sul fronte delle modalità di selezione all'ingresso del personale docente, la cui natura cooptativa manifesta una sostanziale continuità pur attraverso regimi concorsuali molto differenti. Scarsi effetti significativi anche dal lato della ricerca accademica, in assenza di modifiche all'incentivazione dello staff docente, dalle cui motivazioni intrinseche più che dai riconoscimenti retributivi, dipende la produzione scientifica.

Tradotta in cifre, emerge che nell'ultimo mezzo secolo la componente studentesca è stata quella maggiormente in crescita (raddoppiata ogni 15 anni); ad essa si è associato il triplicarsi delle sedi universitarie, accompagnato da analogo incremento nel numero delle Facoltà, mentre il numero dei professori universitari è quadruplicato, con una significativa accelerazione nel corso degli anni '90 fino alla drastica riduzione a partire dal 2008.

Sempre attuale il dibattito sull'opportunità di fornire competenze di tipo generaliste ovvero di tipo specifico; tra chi intende aprirsi a idee e progetti esterni al mondo accademico e tra coloro che si ritengono depositari della cultura, scarsamente legata alla dimensione lavorativa. Una possibile via d'uscita sta nell'incentivare il sistema universitario alla differenziazione nella tipologia dell'offerta formativa, più indirizzata - anche con l'attribuzione di risorse finalizzate - alla specializzazione e all'adattamento alle condizioni locali. L'Italia non ottiene buoni risultati neanche nell'attrazione di lavoratori istruiti dall'estero, che rappresenta un modo rapido per aumentare la dotazione di capitale umano. E mentre è globalmente in atto la guerra per attrarre talenti, il brain drain supera il brain gain (solo lo 0,7%), lasciando l'Italia indietro rispetto ai partner europei.      

 


Antonella Lorenzi
(aprile 2014)
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