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Genitori, figli e la scelta formativa: ha senso investire nell’istruzione superiore?
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Le analisi degli ultimi anni tendono a ridurre l'efficacia della laurea per la ricerca, nel più breve tempo possibile, della prima occupazione. Seppure ancora in leggero vantaggio sulla classe dei diplomati, un laureato non si affaccia sul mercato del lavoro che alla soglia dei 30 anni; in media, a 27 anni si conclude il percorso universitario e ci vogliono almeno tre anni per trovare un'occupazione stabile (AlmaLaurea 2014).

Consultando l'Anagrafe Nazionale degli Studenti, prezioso contenitore di dati e statistiche sulle iscrizioni, immatricolazioni e laureati, il primo dato che non può passare inosservato è la caduta delle immatricolazioni: negli ultimi quattro anni accademici si sono perse circa 25 mila immatricolazioni (289.856 nel 2010/2011 - 265.652 nel 2013/2014), con una caduta più accentuata in regioni quali Lazio e Toscana. Solo la Lombardia sembra non risentire di questo trend negativo.

Ci si chiede: ha senso, per uno studente (ma anche per il genitore che sostiene economicamente lo studente), investire nell'istruzione universitaria? Federica Laudisa, ricercatrice dell'Osservatorio Regionale per l'Università e il Diritto allo Studio della regione Piemonte, ha risposto in modo critico-propositivo a questo interrogativo in un post pubblicato l'8 maggio 2014 su Roars, dal quale si traggono le seguenti considerazioni.

L'investimento in istruzione universitaria è lungo, costoso e con un ritorno economico di medio-lungo periodo. Il percorso universitario di primo ciclo dura, in media, 4 anni e 7 mesi; uno studente di una università italiana paga, di media, non meno di mille euro l'anno; le prospettive di inserimento rapido nel mercato del lavoro sono sempre più basse e il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea è al 26%. Tutto questo ha reso l'università meno attrattiva, sia per gli italiani che per gli studenti internazionali.

Non c'è un'unica soluzione per ridare linfa al sistema universitario italiano. Non basta proclamare di togliere il test d'ingresso per i corsi a numero programmato, così come non basta incrementare il numero di posti letto degli Enti regionali o degli Atenei, aumentare o ridurre le tasse universitarie sulla base dell'eccellenza oppure proporre sic et simpliciter l'introduzione del sistema dei prestiti d'onore agli studenti.

C'è bisogno di una politica stabile nel tempo, che tenga principalmente conto delle esigenze e dei diritti degli studenti senza trascurare l'attrattività e la funzionalità delle università italiane e viceversa. Soprattutto, non c'è bisogno di fare sterili allarmismi: non è il numero dei laureati a rappresentare la forza di un paese, ma l'impatto della formazione universitaria nello sviluppo delle competenze di chi porta avanti l'economia del futuro.

 

Danilo Gentilozzi
(maggio 2014)

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