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Istat: la difficile situazione dei giovani tra titoli di studio elevati e scarse opportunità di lavoro
 


Il 22° Rapporto annuale dell'ISTAT concentra l'attenzione sulle potenzialità del Paese per uscire dalla crisi economica, analizzando attentamente la situazione giovanile tra difficoltà di ingresso e scarse opportunità, accompagnata spesso da inadeguata corrispondenza delle competenze nel mercato del lavoro.

Nel 2013 il calo occupazionale è risultato il più elevato dall'inizio della crisi, ampliando gli squilibri per:

- generazione: nella flessione dei posti di lavoro, più penalizzati i giovani nella fascia di età 15/34 anni (-14,5%) con crescita costante dei NEET (+185.000 unità rispetto all'anno precedente), popolazione target del Programma Youth Guarantee;

- livelli di istruzione: a pagare di più sono i meno istruiti o provenienti da famiglie scarsamente dotate di capitale umano;

- genere: il 73,6% delle donne laureate in età 30/34 anni ha un'occupazione rispetto al 37,5% di quelle in possesso al massimo di licenza media;

- territorio: il differenziale Nord-Mezzogiorno si conferma allarmante per i titoli di studio più elevati, perché nel 2013 il tasso occupazionale da 1 a 3 anni dal conseguimento della laurea è pari al 70,3% al Nord e al 38,5% nel Mezzogiorno;

- incidenza del lavoro atipico: in media uno su quattro degli occupati in età 15/34, con un'incidenza che sale al 31,7% tra i laureati.

Il titolo di studio si conferma ancora una volta un paracadute occupazionale, ma emerge come la domanda di lavoro abbia indotto i più istruiti ad accettare occupazioni che richiedono competenze inferiori a quelle possedute, rischiando di intrappolarsi per un lungo periodo in attività lavorative insoddisfacenti.

Le difficoltà di inserimento lavorativo hanno ulteriormente accresciuto la già presente penalizzazione delle discipline sociali e umanistiche, ma hanno colpito in misura rilevante anche indirizzi tradizionalmente più spendibili: Ingegneria (-17,12%) e il gruppo medico (-16,8%). Sul versante dell'offerta dei posti di lavoro, diversamente dagli grandi Paesi a forte vocazione industriale e tecnologica (ad es. Germania e Regno Unito) che non hanno registrato variazioni tendenziali negative dei tassi occupazionali dei giovani laureati, sono diminuite le quote di occupati in professioni che richiedono un titolo di studio elevato, a vantaggio delle professioni che richiedono un titolo di studio basso.

Perdura un graduale innalzamento del livello di istruzione della popolazione (gli individui attivi con titolo di studio elevato hanno avuto un incremento del 13,8%). Nel confronto con gli altri Paesi europei l'Italia si colloca in posizione arretrata sia per il livello di istruzione (solo il 16,3% dei 25/64enni è  laureato rispetto al 36,1% della media UE28), sia all'interno del quadro strategico UE per la cooperazione nel settore istruzione e formazione (ET 2000), che aveva prefissato come obiettivo per il 2020 il raggiungimento del valore medio dell'82% di occupati (20/34enni) tra coloro che avessero ottenuto un diploma o una laurea. Nel nostro Paese l'indicatore - già attestatosi nel 2008 su valori inferiori alla media UE - è diminuito in maniera ancor più consistente, arrivando al 48,3% (circa 27 punti in meno rispetto al valore medio UE28). All'allargamento di tale differenziale hanno contribuito nel 2013 soprattutto i giovani laureati, che negli ultimi 5 anni hanno perso 14 punti in termini occupazionali.

La presenza di un ampio bacino di offerta di lavoro giovanile non utilizzata o sottoutilizzata dal sistema produttivo si associa a una percezione di insicurezza nella formulazione di progetti per il proprio futuro con forti rischi di dispersione dell'investimento nazionale nella formazione giovanile, spiegando la propensione a cercare nuove opportunità anche al di là dei confini nazionali, i cui flussi in uscita superano purtroppo quelli di rientro, con la perdita nel 2012 di ben 4.000 laureati.

 

Maria Luisa Marino
(16 giugno 2014)

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