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Libia, chiusa l’Università di Bengasi. Iman Bugaighis: “Colpa delle armi e dell’instabilità politica”
 


nella foto sopra, Imam Bugaighis.


L'estrema insicurezza e la diffusione di armi ovunque pesano maggiormente sul settore dell'istruzione accademica. È quanto riferisce in un colloquio con Universitas Iman Bugaighis, professore associato di odontoiatria a Bengasi e sorella dell'avvocatessa e attivista per i diritti umani Salwa Bugaighis, barbaramente assassinata nella sua abitazione il 25 giugno 2014, dopo aver votato per le elezioni parlamentari.

Iman Bugaighis, membro di una famiglia in prima linea nelle proteste non violente che portarono alla destituzione di Gheddafi, racconta come la violenza stia colpendo "tutti gli ambiti della vita delle persone e del Paese".

"L'Università di Bengasi - riferisce la docente - è chiusa dai primi di giugno in seguito alle minacce incrociate di alcune bande armate di aver trasformato il campus in un arsenale di armi e la presenza di così tante persone armate condiziona pesantemente l'istruzione. Pochi giorni fa è stato annunciato che l'università riaprirà il 2 agosto per poter almeno completare gli esami dell'anno accademico 2013-2014. Dobbiamo vedere come si evolve la situazione".

Secondo la Bugaighis "la priorità del Paese, e della vita accademica, continua ad essere quella della sicurezza e della costituzione di un esercito che possa assicurare la stabilità. L'Università di Bengasi è stata colpita da un missile un mese fa ed i principali edifici sono vicini ad uno dei campi delle milizie armate. Molti studenti non vivono in città e con la mancanza di sicurezza è praticamente impossibile per loro stare nei dormitori, specialmente per le ragazze. Molti fra gli studenti e il personale accademico sono traumatizzati dai continui assassinii e attentati. Alcuni di loro hanno perso membri delle loro famiglie in modo violento: omicidi, rapimenti. Altri sono sfollati dai posti in cui vivono ed è difficile pensare alla ricostruzione e a come sviluppare l'istruzione universitaria senza prima assicurare stabilità e sicurezza. Oltretutto, senza il disarmo generale qualsiasi tentativo di ricostruzione potrebbe tradursi in un disastro. Tutte le istituzioni educative, a tutti i livelli, hanno bisogno di ricostruzione una volta che sia stata instaurata un minimo di sicurezza. La cooperazione internazionale più urgente? Sicuramente i gemellaggi con università straniere farebbero molto".

In Libia ci sono 17 università e più di un centinaio di college di istruzione tecnica. La maggior parte degli studenti, circa il 90% secondo i dati del British Council diffusi dall'Icef Monitor, sono iscritti nelle università pubbliche che fanno di tutto per portare avanti l'istruzione superiore. Il sistema è pericolosamente affollato e mancano le risorse di base, conferma la Bugaighis. Le università di Tripoli e quella di Bengasi hanno circa 100.000 studenti ciascuna, molto di più di quanti ne potrebbero accogliere, ed il governo sta cercando di siglare degli accordi di cooperazione internazionale per poter ricostruire l'istruzione dopo 42 anni di dittatura.

Nel frattempo, le forze liberali hanno battuto quelle islamiste nelle elezioni per il nuovo Parlamento, che si sono tenute il 25 giugno 2014: la maggior parte dei nuovi eletti sono indipendenti che si oppongono agli islamisti. Ma resta senza pace la situazione nella capitale, colpita da gravi scontri armati: è di decine di persone uccise e circa 150 feriti il bilancio complessivo di una settimana di scontri tra milizie rivali libiche per il controllo dell'aeroporto di Tripoli, dove il bilancio degli scontri è di oltre miliardo di dollari di danni.

In un rapporto commissionato dal Consiglio europeo, il ricercatore Mattia Toaldo sostiene che l'Unione europea dovrebbe fare molto di più per sostenere il processo di transizione della Libia verso la democrazia, prima di tutto con l'assistenza al ripristino delle infrastrutture e la costituzione di istituzioni nella vita politica e giudiziaria, nel rafforzamento delle autorità locali e nel coadiuvare le autorità libiche nel passaggio ad un'economia nazionale non più basata al 90% sul petrolio. 



Manuela Borraccino
(24 luglio 2014)

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