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Meritocrazia
Cristina Palumbo Crocco
 


Rubettino Editore, Soveria Mannelli (CZ), 2007

Meritocrazia di Cristina Palumbo Crocco è un evergreen, un libro la cui attualità è ancora “scottante” nel maturare della crisi economica e sociale. Finito di stampare nel gennaio 2008, poco prima dell’omonimo volume di Roger Abravanel e di altri testi sullo stesso tema (per es. Mal di merito di Giovanni Floris, sempre del 2008), Meritocrazia si legge tutto d’un fiato, percorrendo la lucida analisi delle cause della fuga dei cervelli, che implica «valutare realisticamente lo stato di salute dell’intero sistema scolastico, universitario e di ricerca italiano, che purtroppo non brilla per efficienza organizzativa e valorizzazione meritocratica delle proprie risorse» (pp. 18-19).
Partendo da una definizione tratta dal Dizionario Enciclopedico Utet, che sottolinea l’importanza della libertà per il concetto di merito, essendo «la sua realtà negata, con tutta la sfera del dover essere, dalle dottrine deterministiche [per le quali] nelle azioni non c’è merito né demerito, essendo sempre l’uomo necessitato ad agire come agisce» (p. 7), il saggio mette in rilievo il valore etico del merito, che «implica lo sforzo, la determinazione nel conseguire un obiettivo» (p. 8). Accanto a questo, fondamentale è il riconoscimento: «un talento diventa merito quando viene riconosciuto da una giuria, in una gara» (pp. 8-9). Palumbo Crocco mette dunque in rilievo le componenti individuali e sociali, etiche e morali del merito. Citando Abbagnano, sottolinea che il merito rappresenta «quanto della virtù e del valore morale può essere valutato ai fini di una ricompensa qualsiasi, sia pure dell’approvazione» (p. 8).
Vengono poi presi in esame i «contenitori di senso» che danno senso all’agire individuale: la famiglia, la scuola, il lavoro, i paesi che «riescono a canalizzare meglio i talenti dei propri cittadini favorendo un accesso trasparente e meritorio nel mondo del lavoro» (pp. 12-13).
Il saggio tratta alcuni temi chiave, ancora molto attuali: dalla fuga dei cervelli alla riforma della scuola in Italia, dal sistema universitario alla meritocrazia nella pubblica amministrazione, nel lavoro, in generale, e nell’impresa, in particolare, con accenni al problema del ricambio della classe dirigente.
A sostegno delle sue tesi, l’autrice si serve di dati tratti da varie fonti (ISTAT, Almalaurea, Confindustria, etc.), di confronti (per esempio tra università statali e non statali, tra università italiane e americane, tra la ricerca in Italia e in Europa), di citazioni di testi filosofici ed economici di diverse epoche (da Aristotele, a Novak, da von Hayek ad Antiseri), ma anche di interviste a talenti che sono riusciti a far riconoscere il loro merito all’estero: dallo scienziato Pier Paolo Pandolfi, che lavora al Memorial Sloan Kettering Cancer Center a New York, al regista Gabriele Muccino, che afferma che «negli USA c’è più curiosità e rispetto verso il talento».
Tutto il libro è pervaso dal concetto liberale di merito che, come illustrato nell’ultimo capitolo, rappresenta l’humus meritocratico. «La libertà – afferma l’autrice – è la condizione primaria affinché la creatività umana possa esprimersi» (p. 105). Cita quindi un’affermazione di Friedrich A. von Hayek: «Un trattamento uguale all’interno delle medesime leggi generali approderà necessariamente a posizioni differentissime per le diverse persone: mentre per eguagliare la posizione o le possibilità il governo dovrebbe trattarle in modo differenziato» (p. 106). Questa dualità fra un trattamento apparentemente equo ma fondamentalmente ingiusto e un trattamento differenziato che aiuti le persone a sviluppare i propri talenti è ben rappresentato dall’immagine di copertina, La durata pugnalata di Magritte, che raffigura una locomotiva incastrata in un caminetto. Per far ripartire la locomotiva italiana immobilizzata è necessario osare, liberarsi di modi di pensare usuali. È questo il messaggio fondamentale del libro, sintetizzato dall’autrice in un’incisiva espressione nel primo capitolo: «incominciare a mettere un po’ di concime nel giardino dei talenti italiani sembra essere oggi più che mai un percorso necessario» (p. 13).
Maria Cinque

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