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Università dentro e fuori
Paolo Prodi
 


Il Mulino, Bologna 2013, pp. 224, € 22,00

Quando scegliamo un libro, autore e titolo sono di primaria importanza; una certa influenza è attribuibile anche a una copertina “attirante”. Nel caso di Università dentro e fuori, quello che suscita curiosità è la quarta di copertina, dove compare un singolare annuncio economico anonimo: «Professore universitario di ruolo […] offresi per incarico dirigenziale grande società o ente, disposto a trasferirsi estero. Precisare condizioni e stipendio» (apparso il 12 gennaio 1969 sulle pagine de “Il Giorno”, scatenò una tempesta di polemiche su vari quotidiani). A questo punto viene voglia di saperne di più, e si capisce subito che l’Autore sa come catturare il lettore.
L’autore in questione è Paolo Prodi, professore emerito dell’Università di Bologna e presidente della Giunta centrale per gli studi storici. È stato docente in diversi atenei e responsabile dell’Ufficio Studi del Ministero della Pubblica Istruzione: ovvero uno che di università se ne intende, che si è formato al suo interno e ne conosce bene i meccanismi.
Prodi è uno storico di fama internazionale, e proprio questo tratto caratterizza il libro: l’indagine attenta e fortemente critica nei confronti della politica – (o sarebbe meglio dire non-politica?) che in quarant’anni non è stata capace di mettere a punto una seria riforma – segue un fil rouge storico che accompagna l’università dalla nascita ad oggi, elencando amaramente una lunga serie di occasioni mancate e l’assenza di scelte strategiche. Tuttavia, l’autore ci avverte che non ha «mai avuto la tentazione di scrivere una storia dell’università, ma di capirla sì, anche in funzione del presente». Proprio per questo ci sentiamo di consigliare la lettura di questo volume, scorrevole e ricco di aneddoti e riflessioni che spiegano con chiarezza il mondo accademico anche ai non addetti ai lavori.
A proposito del presente, l’Autore si sofferma tra l’altro sul problema della valutazione, che tante polemiche sta suscitando all’interno della comunità accademica dopo l’istituzione dell’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca). L’opinione di Prodi è durissima: «Non si tratta soltanto dell’applicazione folle dei parametri della bibliometria a tutte le discipline scientifiche per la valutazione delle pubblicazioni: l’obiezione fondamentale che inficia tutto l’apparato messo in funzione è che la valutazione della produzione scientifica, al contrario di quanto sta avvenendo, dovrebbe essere terza rispetto allo Stato, mentre di fatto si è trasformata in un sistema di controllo burocratico, che vuole sottoporre a vigilanza e a criteri di misurazioni generali e standardizzati l’intero universo del sapere con castrazione della stessa creatività della ricerca più originale». La ricerca, inoltre, è schiacciata dal prevalere dell’economia perdendo «quasi del tutto la sua funzione di progresso della conoscenza e di formazione di base […] per essere soltanto al servizio di brevetti immediatamente spendibili e del consumo». È saggio, in un Paese come l’Italia, abolire la storia dell’arte del Rinascimento per istituire un corso di laurea sulla moda con la scusa del rinnovamento? La risposta di Prodi non si fa attendere: «Seghiamo il ramo dell’albero su cui siamo, ancora per poco, seduti».
L’Autore non fa sconti neanche al «famigerato 3+2 […] un pasticcio con conseguenze catastrofiche destinate a lasciare un segno per molti anni». Più che adeguare il nostro sistema a quelli dei paesi più avanzati, si è trattato in realtà di una «falsa europeizzazione»: «Si pretendeva di cominciare la costruzione dal tetto, proprio quando l’accesso di studenti provenienti da scuole medie superiori diverse (molte matricole di Lettere non avevano mai seguito un corso di latino, e molte matricole di Ingegneria ignoravano le nozioni elementari di analisi) avrebbe richiesto un percorso del tutto inverso».
Pur non essendo ostile alle innovazioni tecnologiche, Prodi sottolinea le «conseguenze devastanti» del loro impiego, che ha reso «più complicate e sofisticate tutte le cose semplici: paradossalmente si può affermare […] che se trent’anni or sono il 20% del tempo andava nella compilazione dei progetti di ricerca e l’80% del tempo alla ricerca vera e propria, ora è vero il contrario». Un problema, questo, che viene lamentato da tante parti: più probabilmente, la distorsione non è dovuta tanto all’utilizzo delle nuove tecnologie, quanto all’inarrestabile moltiplicazione di inutili e ripetitivi cavilli burocratici che ostacolano qualunque attività.
Se lo spazio che i media riservano all’università è solo quello dello scandalo, della corruzione e dei concorsi truccati, l’analisi di Prodi va oltre: «Chi guarda più in profondità ha chiaro che la corruzione non è che la manifestazione più esterna di un sistema che ha perso quella capacità di autoriproduzione, di autogenerazione, che è una delle caratteristiche essenziali per la sopravvivenza stessa dell’istituzione università. Se si trattasse solo di abusi, questi episodi non preoccuperebbero più di tanto e potrebbero essere circoscritti, ma sappiamo che non è così».
Un’ultima annotazione ci sembra interessante, sebbene riguardi il finanziamento della scuola: una polemica vecchia, dove lo scontro confessionale tra laici e cattolici finisce per sotterrare il ragionamento logico. Il problema non è più nella difesa dell’insegnamento statale piuttosto che della libertà di scelta delle famiglie. Nell’attuale mondo globalizzato, «rischiamo di rimanere intrappolati nella prospettiva pericolosa di una contrapposizione fra una scuola statale secolarizzata, come contenitore sempre più omologante e privo di valori da trasmettere, e scuole private, in cui si esprimono identità religiose, culturali o anche etniche, come mondi diversi non comunicanti tra loro». La soluzione che prospetta l’Autore «è quella di una scuola non statale né privata, bensì pubblica, nella quale, in primo luogo, le differenti scelte formative e culturali possano condividere alcuni punti fondanti – come la difesa dei diritti umani – e, in secondo luogo, le diverse comunità identitarie siano incoraggiate a coltivare i propri valori culturali e spirituali»: perché l’attuale polveriera sociale potrà essere gestibile solo grazie a una reale integrazione tra culture che può muovere i primi passi proprio nella scuola.
A fronte di tanto pessimismo, si affaccia un barlume di speranza: l’idea che l’opinione pubblica e il mondo culturale italiano stiano prendendo coscienza della crisi dell’università attuale – per la quale Prodi propone alcune soluzioni – e stiano fondando nuovi principi sui quali basare l’università di domani, che deve essere «un punto di riferimento, un servizio indispensabile per tutta la comunità circostante».

Isabella Ceccarini

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