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Riaccendere i motori – Innovazione, merito ordinario, rinascita italiana
Gianfelice Rocca
 


Marsilio, Venezia 2014, pp. 146, euro 16,50
In linea di principio, non si può che accogliere con favore un libro che ritiene possibile una rinascita italiana e che, a tal fine, propone alcune “ricette” per guarire un malato grave. L’autore, Gianfelice Rocca, è presidente del Gruppo Techint, ha fondato l’Istituto Clinico Humanitas, si è occupato di istruzione e università per Confindustria e fa parte dell’European Advisory Board dell’Harvard Business School. Dal 2013 presiede Assolombarda. Le molte esperienze accumulate “sul campo” fanno parlare l’Autore con un linguaggio chiaro, concreto e facilmente comprensibile per tutti.
Introducendo il discorso dell’innovazione e della sua influenza sulla società, ad esempio, Rocca premette che «ogni epoca ha i suoi Big Bang», ovvero quelle scoperte sensazionali che hanno cambiato la nostra esistenza. Parlando in particolare dell’innovazione imprenditoriale, precisa che questa «non procede solo per grandi salti. Vi è una graduale accumulazione di conoscenza, che non porta necessariamente alla sostituzione rivoluzionaria di metodi e prodotti del passato, ma che al contrario li migliora, li integra e li trasfigura, al prezzo dell’incessante lavorio di intere generazioni». L’innovazione rivoluzionaria si fonda su talenti straordinari, quella «incrementale» – altrettanto importante – si fonda sui talenti ordinari e «si alimenta della conoscenza cumulativa acquisita nel tempo, ovvero dell’esperienza».
Alcune idee dell’Autore sono sicuramente condivisibili: la qualità delle risorse umane italiane è un nostro punto di forza, e come tale deve essere valorizzata; burocrazia asfissiante e fisco opprimente appesantiscono il fardello di chi vuole fare impresa; si può ricominciare a crescere potenziando le risorse di cui disponiamo; anche un’impresa di piccole dimensioni può avere un senso nello scenario internazionale; una società equilibrata richiede una buona dose di dinamismo, e la formazione ha sempre rappresentato «il motore dell’ascensore sociale»; è necessaria una maggiore “contaminazione” tra studio e lavoro; «comprendere che la locomotiva del mondo oggi è altrove serve alle imprese per capire con quali mercati devono confrontarsi per crescere. Ma servirebbe anche alla politica, per riuscire a trattenere le eccellenze che abbiamo sviluppato e porre le condizioni opportune perché ne emergano di nuove».
Talvolta, però, alcuni discorsi sembrano un po’ approssimativi. Ad esempio, l’insistenza nel ritenere il medium tech (il settore manifatturiero) – sicuramente molto importante – il settore su cui puntare per risollevare le sorti italiane ci sembra venata qua e là da una fiducia forse eccessiva. I discorsi sulla mobilità dei ricercatori, sul merito e sulla valorizzazione tanto dei giovani quanto dei silver workers contengono elementi di verità, ma sono portati avanti in modo un po’ superficiale: il tono generale è più da intrattenimento televisivo che non da tesi accuratamente documentate (anche se numerosi grafici corredano gli argomenti esposti). Siamo sicuri che la scarsa attrattività dei nostri atenei si risolva approntando corsi in inglese (spesso tenuti da docenti con una preparazione linguistica imbarazzante)? Problemi che pesano molto sulle nostre università – autonomia, allocazione delle risorse, politiche di reclutamento, rapporti con le imprese, solo per citarne alcuni – riteniamo avrebbero richiesto una trattazione più accurata. Per usare una metafora culinaria, è stata messa troppa carne al fuoco e il gusto finale della pietanza risulta confuso.
Il volume è comunque scorrevole e di facile lettura, e offre una panoramica forse un po’ troppo veloce su tanti problemi che affliggono il sistema Italia.
Ludovica Sabatini
 
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