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Soft skills per il governo dell’agire
Cristiano Ciappei, Maria Cinque
 


Franco Angeli, Milano 2014
Da molti anni la Fondazione Rui investe sul tema delle soft skills, e il presente volume è un frutto tangibile di tale impegno. Gli autori ancorano la loro visione delle soft skills a due nozioni proprie dell’etica: quella di saggezza e quella di abito.
La saggezza, alla quale Cristiano Ciappei dedica i primi tre capitoli del libro, coincide con la prudenza, virtù studiata già da Aristotele, che è la capacità di scegliere e adottare i mezzi più opportuni in ordine a un fine. Nel pensiero classico la prudenza è stata considerata non una virtù qualsiasi, e non solo perché una delle virtù cardinali (assieme alla giustizia, alla fortezza e alla temperanza), ma perché si riteneva dover essere necessariamente attualizzata nell’esercizio di ogni altra virtù: ogni virtù, per essere tale, deve esprimersi in un comportamento prudente, altrimenti non è vera virtù! Si parlava perciò della prudenza come auriga virtutum, o come forma delle altre virtù. Il motivo di questa preminenza della prudenza è che le altre virtù si riferiscono ad aspetti isolabili, in una certa misura, dal contesto della persona nella sua interezza; la prudenza, invece, riflette la razionalità dell’agire rispetto a tale contesto, e quindi è un necessario complemento di tutte le altre virtù. Ad esempio, sono contenuti potenziali della prudenza la conoscenza dei dati di fatto necessari per prendere una decisione (sotto tale aspetto si contrappongono alla prudenza l’impulsività e l’improvvisazione), la riflessione su questi dati (che si contrappone alla superficialità e alla leggerezza), la tempestività nel decidere (che si contrappone all’indecisione), la determinazione nell’agire conformemente alla decisione presa (che si contrappone alla irresolutezza e alla volubilità). Solo a tali condizioni le azioni della persona saranno ispirate dal progetto della sua vita, e contribuiranno alla sua realizzazione.
Se pensiamo a come tante persone si comportano in modo contraddittorio, casuale, spinto dalla soddisfazione di bisogni a breve termine, privo di una vera coerenza, in definitiva mancante di un progetto unitario, ci rendiamo conto come la formazione abbia bisogno di rivalutare la virtù della prudenza; e che, in tal senso, la teoria delle competenze abbia bisogno di essere integrata con questa visione per non rischiare di cadere nella frantumazione di comportamenti isolati fra loro, e dei quali si può perdere la connessione rispetto al vero bene della persona.
Il secondo concetto approfondito dagli autori, nella stessa prospettiva, è quello di abito. Anche in questo caso si tratta di un concetto antico, proprio della filosofia morale greca, ma la cui fondatezza è stata confermata dai recenti studi sulla neurofisiologia del cervello, che riferirò con parole semplici e mediante analogie.
 
Ogni comportamento umano è governato da una serie di impulsi nervosi, che sono una sorta di corrente che passa da una cellula all’altra del cervello seguendo un percorso ben determinato. L’effetto di ogni impulso non è soltanto esterno, sul comportamento fisico che esso determina, ma anche interno, nel cervello: ogni impulso contribuisce a scavare un solco nell’ambito nel quale gli impulsi successivi, relativi allo stesso comportamento, passeranno con maggior velocità e facilità. Si crea, cioè, per quel tipo di impulso una sorta di corsia preferenziale, grazie alla quale un determinato comportamento (o una tipologia di comportamenti, caratterizzati da un quid comune) viene realizzato con sempre maggior velocità, facilità e prontezza. È questo il fondamento neurologico dell’apprendimento e dell’allenamento. Quando vediamo un acrobata volteggiare in modo spontaneo, naturale, come se lo avesse sempre fatto, dobbiamo tener presente che quei volteggi sono il frutto di un allenamento che, prima ancora che nel suo corpo, si è realizzato nella sua mente. Chiamiamo abito questa facilità acquisita, mediante la ripetizione di atti, a compiere atti dello stesso tipo.
Come sottolinea Maria Cinque, una teoria delle competenze non può prescindere dall’adesione alla teoria degli abiti: infatti, quando consideriamo i comportamenti che descrivono una competenza, non ci interessano i comportamenti sporadici o casuali, bensì quelli abituali. Ma un comportamento abituale presuppone necessariamente un abito. Possiamo sottoscrivere l’equazione: comportamenti abituali = abiti comportamentali. Questa equazione ci riporta al primato dell’interiorità sull’esteriorità, e schiude le porte alla formazione. È l’abito che posso, con la volontà, consolidare o modificare, se mi impegno al compimento di azioni coerenti con ciò che ho in mente. Poiché, per volere qualcosa, devo percepirne la bontà, ecco che qui appare il ruolo della motivazione che il formatore deve riuscire a trasmettere, in modo che la persona decida di impegnarsi per costruire un abito diverso, in tutto o in parte, da quello che ha attualmente.
Si tratta di orientamenti importanti perché coloro che affrontano questi temi non trattino ciò che è proprio dell’uomo come se fosse qualcosa che è possibile descrivere in modo esaustivo a prescindere dall’uomo, in modo “oggettivo”, come farebbero rispetto a una “cosa”. Ogni atto umano porta il riflesso dello spirito, e una sana psicologia non può che prenderne atto, con stupore, anche se ciò comporta la necessità di rinunciare ad attribuire validità assoluta alle classificazioni che essa stessa fa.
 
Massimo Tucciarelli
 
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