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La ricerca e il Belpaese – La storia del Cnr raccontata da un protagonista
Lucio Bianco (conversazione con Pietro Greco)
 


Donzelli, Roma 2014, pp. XXVI-150, euro 18,50
Chi meglio di Lucio Bianco poteva raccontare la storia del Cnr e dei suoi primi 90 anni di attività?  Bianco ha rivestito «tutti i ruoli che in esso era possibile rivestire: borsista, ricercatore, membro dei comitati di consulenza, direttore di Istituto, direttore di progetto finalizzato, presidente», proprio a sottolineare la «capacità del Cnr di valorizzare al massimo livello le competenze che ha contribuito a formare».
Come afferma Raffaella Simili nella Prefazione, «questo libro si legge tutto di un fiato. Non solo perché offre un intrigante scenario della vita recente del principale ente di ricerca italiano, ma anche perché fornisce spunti e interrogativi inquietanti nell’analizzare la politica della scienza nel nostro paese», politica della ricerca in Italia che deve essere ripensata, rilanciata e sottolineata, in altre parole “rifondata”,  come condizione forse non sufficiente ma certo necessaria per portare l’Italia fuori dal declino degli ultimi 20-30 anni.   
In forma di vivace intervista-conversazione tra Pietro Greco – giornalista e scrittore, per quasi trent’anni editorialista scientifico del quotidiano “L’Unità” – e Lucio Bianco, il volume scorre con intensità e leggerezza, raccontando la storia del Cnr con mille episodi, retroscena, senza mai cadere nel gossip o nella polemica ideologica, ma rimanendo sempre su un alto livello e cercando sempre di mettere al primo posto il «superiore interesse della scienza» del nostro Paese. 
«Il Cnr, con i suoi ottomila dipendenti e la sua gamma di attività che copre l’intero scibile umano, è il massimo ente scientifico del nostro paese. Fondato da Vito Volterra nel 1923, ha superato i 90 anni e naviga vero il secolo di vita», scrive Pietro Greco nell’Introduzione. «Non sono traguardi qualsiasi. Sono piuttosto un’occasione, che non va sprecata, per ripensare, rilanciare e magari rifondare la politica di ricerca del nostro Paese sulla base delle due grandi indicazioni che un secolo fa mossero il genio di Volterra prima a pensare e poi a creare il Cnr: da un lato progettare l’unico sviluppo possibile per il nostro Paese, quello basato sulla conoscenza; dall’altro fondare questo modello di sviluppo su una struttura di ricerca pubblica dotata di massa critica e di caratteri di internazionalità, interdisciplinarità e gelosa autonomia». 
Il libro esamina tutte le varie fasi dell’ente, evidenziandone i cambiamenti, le riforme, i passi avanti, le varie oscillazioni nei fondi assegnati, mantenendo sempre un “occhio vigile” sul potere politico e sul suo differente grado di influenza nel corso dei decenni.
Il Cnr, nel secondo dopoguerra e fino al 1989, anno di fondazione del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, voluta dal ministro Antonio Ruberti, ha svolto il ruolo di autentico coordinatore della ricerca in Italia, di tutta la ricerca. Ha potuto farlo senza problemi perché strutturato in comitati nazionali di consulenza che rappresentavano l’intera comunità scientifica italiana. Con la riforma del 1999 (Berlinguer, poi proseguita da Zecchino), che ha abolito i comitati di consulenza, è cambiata profondamente la fisionomia originaria del Csm: ovvero, come afferma Raffaella Simili nella Prefazione, si è spezzata «la preziosa funzione di cerniera tra i due mondi principali della ricerca italiana: università e Cnr».
La carrellata sui vari presidenti del Cnr – alcuni leggendari come Guglielmo Marconi – si  confronta parallelamente sulle differenti fasi storiche del Paese e sul rapporto – spesso burrascoso – tra scienza e politica in Italia. In particolare, due sono stati i momenti particolarmente conflittuali: quando il Governo Mussolini, nel 1927, mandò via il fondatore e presidente Vito Volterra e quando il ministro Letizia Moratti nel 2003 cercò di mandare via l’allora presidente Bianco promuovendo una riforma con una visione «aziendalistica», ma soprattutto che tentava «di controllare politicamente il Cnr, ledendo la sua autonomia». In quest’ultimo episodio Bianco è stato ovviamente coinvolto direttamente: alcune parti sono raccontate in modo così convulso e brillante, da sembrare  un romanzo.   
 «Il Cnr – nell’evoluzione da Volterra fino alla riforma del 1999 – è stato storicamente un sistema autogestito, aperto e adattativo. A ognuno di questi aggettivi corrisponde un valore da tutelare ed esaltare», afferma Bianco. Autonomia: in quanto le caratteristiche di eleggibilità e di partecipazione assicurano quell’indipendenza nei confronti del mondo politico che oggi è molto affievolita. Apertura: verso la comunità scientifica nazionale e internazionale. Il Cnr è stata l’unica sede aperta della comunità scientifica nazionale, caratterizzata da un’accentuata interdisciplinarità e intersettorialità; ha fatto da incubatore di numerosi enti di ricerca settoriali (il Cnen, poi diventato Enea, Infn, Asi-Agenzia Spaziale Italiana, Ingv/Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, etc.), e ha permesso di sviluppare settori nuovi al confine tra diverse aree scientifiche disciplinari. Questa apertura ha consentito anche di sviluppare una capacità progettuale, organizzativa e di gestione, che ha trovato conferma con l’esperienza dei progetti finalizzati, che sono stati improvvidamente cancellati e non sostituiti da analoghe iniziative. Adattabilità: la struttura del Cnr è stata estremamente flessibile, crescendo in particolare negli anni Ottanta e acquisendo compiti e funzioni che erano ignoti, fino ad allora, per la comunità scientifica».
Questi valori nel Cnr di oggi sono attuali? «Onestamente no», ritiene Bianco. «Oggi  questi valori sono fortemente appannati, e l’ente appare sempre più ripiegato su se stesso come effetto delle riforme a cascata che i vari ministeri, sia pur con diverse responsabilità, hanno messo in atto dal 1999». Liberato dalle varie “riforme della riforma”, il Cnr potrà costruirsi il suo futuro, puntando sulla diversificazione e sull’autonomia della sua rete di istituti, la sua vera forza. «Ancora una volta – afferma Bianco – è solo puntando sulla scienza, sulla sua autonomia, sulla sua creatività, sulla sua naturale internazionalità, che l’Italia può sperare di recuperare il tempo perduto».
 
Luca Cappelletti
 
 
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