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Arabia Saudita: l’effetto negativo dei ranking internazionali sulla produzione locale di ricerca scientifica
 


Nell'ultimo decennio le università in Arabia Saudita si sono mosse con una certa urgenza per aumentare la loro produzione di ricerca e migliorare così il posizionamento nei ranking internazionali. Non ci sono stati, però, solo sforzi sinceri per sviluppare una produzione universitaria nazionale e una cultura della ricerca. Manail Anis Ahmed, dirigente del Dipartimento di Ricerca dell'università privata femminile Effat University di Jeddah, ha denunciato sulla rivista International Higher Education una delle pratiche più controverse alle quali si è assistito negli ultimi anni, ovvero l'assunzione con contratti a distanza e part-time di ricercatori di fama internazionale e ampiamente citati per pubblicare ricerche accademiche con una seconda affiliazione istituzionale saudita. Questa pratica contempla l'acquisto di ricerche prodotte all'estero da chi risiede solo nominalmente nell'ateneo che sponsorizza la ricerca, ignorando al tempo stesso l'ampia produzione di pubblicazioni accademiche prodotte in arabo all'interno del Regno.

"In tutte le nostre università - spiega la Anis Ahmed a Universitas - dovrebbe essere impartita una formazione rigorosa sui metodi di ricerca internazionali, in modo da portare i risultati della ricerca saudita allo stesso livello di quelli del resto del mondo. Anziché dirottare risorse all'estero, il Regno trarrebbe molto più beneficio dal sostegno alla ricerca prodotta localmente: le ricerche svolte in arabo nei nostri atenei nel campo della letteratura e delle scienze sociali, dalla psicologia alla sociologia, dovrebbero essere tradotte e rese disponibili in inglese. Così facendo verrebbe finalmente riconosciuto il valore di quanto viene prodotto in ambito locale".

La Anis Ahmed sottolinea come la corsa alla creazione di nuove università e all'aumento del tasso di frequenza scolastica (attualmente l'87% della popolazione risulta alfabetizzata, ma la percentuale scende all'80% per le donne) e universitaria (le donne sono il 56,6% degli studenti secondo un rapporto del 2010) dei 27 milioni di cittadini sauditi sia andata di pari passo con l'ascesa in tutto il mondo dei ranking universitari come strumento per acquisire prestigio e quindi iscrizioni da parte degli atenei. Ma in Arabia saudita si è avuto uno degli effetti collaterali o impatti negativi delle classifiche ovvero, come sottolineava nel 2011 un rapporto commissionato dall'EUA - European University Association, il fatto che le università non puntino più ad essere giudicate in base al grado di raggiungimento degli obiettivi formativi bensì in base ai criteri fissati dalle agenzie che stilano le classifiche.

Nel Regno saudita, spiega la Anis Ahmed, questo si è tradotto in una crescente pressione sulle istituzioni universitarie per produrre ricerche pubblicabili in inglese che possano risultare spendibili per far avanzare il posizionamento degli atenei sauditi nelle classifiche globali. Secondo un rapporto commissionato nel 2011 all'agenzia Thomson Reuters dal maggiore Politecnico del Paese, la King Abdulaziz City for Science and Technology (KACST), si è passati da meno di 1.000 pubblicazioni all'anno negli anni Ottanta a più di 3.000 all'anno nel 2009 e la produzione di ricerca è raddoppiata in un decennio, passando dal 2% delle ricerche prodotte nel mondo nel 2000 al 4% nel 2009.

"L'aspetto più problematico di questa internazionalizzazione basata sulla ricerca - spiega la studiosa ad Universitas - è che sia le grandi che le piccole università stanno investendo una parte consistente del loro budget per invitare ricercatori ampiamente citati per far loro pubblicare ricerche con l'istituzione promotrice".

Secondo la Anis Ahmed sarebbe meglio pianificare un processo di internazionalizzazione più graduale e generale sia dell'insegnamento che della ricerca nelle università saudite. Ad esempio includendo modelli tradizionali di produzione di ricerca come la documentazione delle storie orali ed incoraggiando la conoscenza locale ed i metodi indigeni di produzione e trasmissione di conoscenza.


 

Manuela Borraccino
(29 gennaio 2015)

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