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segnalato da Freeonline.it
Portrait of a Lady – Women in Science: Participation Issues and Perspectives in a Globalized Research System
Sveva Avveduto e Lucio Pisacane
 


Gangemi, Roma 2014, pp. 95
 
Perché, nonostante il sorpasso di genere operato nelle immatricolazioni universitarie, la presenza femminile continua ad essere concentrata soprattutto nelle discipline umanistiche e sottorappresentata sia nella ricerca scientifica che nei ruoli direttivi?
Il presente volume intende focalizzare probabili cause ed effetti di questa persistente disparità: un approfondito strumento di riflessione che suggerisce l’introduzione di appropriate strategie per superare le difficoltà laddove – come nel settore della ricerca pubblica – il principio delle pari opportunità è più apparente che reale.
Sfatato innanzitutto il pregiudizio, purtroppo ancora radicato nell’opinione pubblica, che la mancata attrattività degli studi scientifici da parte del segmento femminile possa essere originata da fattori biologici, emerge innanzitutto come sul proseguimento degli studi e di quelli scientifici in particolare contino piuttosto i risultati ottenuti nel corso della carriera scolastica secondaria.
Peraltro, non si riscontrano differenze sostanziali tra i due generi neppure in relazione alle aspirazioni di carriera e ai valori che le hanno motivate: generalmente il sesso femminile risulta meno interessato al guadagno e più attento a svolgere un lavoro socialmente utile, oltre a voler assicurare il benessere familiare e soddisfare il desiderio di maternità. Le diversità connotano piuttosto i vari ambiti disciplinari: le donne ingegnere sono quelle che aspirano maggiormente ad essere occupate in settori professionali in linea con la formazione ricevuta e sono anche quelle più avverse alle discriminazioni di carriera in una realtà lavorativa ancora a forte connotazione maschilista. In tutte le cosiddette aree STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) le donne, pur riportando votazioni migliori, dimostrano una minore fiducia nell’investire su se stesse e sono conseguentemente meno propense ad affrontare l’ulteriore formazione post-graduate, che è invece di essenziale importanza in alcune carriere scientifiche.
Le donne scienziato sono meno presenti anche nei mezzi di comunicazione di massa e la loro immagine emana messaggi piuttosto contrapposti: superdonna o scienziata incompetente, donna e madre esemplare o persona solitaria, donna attraente che distrae i colleghi oppure niente affatto attraente. Diversi studi rilevano anche l’inappropriata attenzione alla loro vita privata, che influenza il consolidato dilemma tra scienza e famiglia, alimentato dalla lunghezza temporale della formazione richiesta e dalla complessità di conciliare obblighi familiari e carriera: in definitiva, la difficoltà di coniugare la vita professionale con quella personale, che riguardale donne di ogni età. Se nel caso delle giovani ricercatrici potrebbe risultare determinante il semplice supporto, anche informale, alla sensibilità di genere da parte delle istituzioni, è pur vero che le donne di mezza età rimaste ai gradini più bassi della gerarchia professionale possono subire, più di un uomo, una situazione stressante fino al momento del pensionamento. Non a caso i cambiamenti in età, accompagnati generalmente da variazioni della posizione occupazionale, richiedono anche significativi mutamenti nella distribuzione del tempo dedicato all’attività professionale e a quella personale. L’essere uno scienziato non si limita a dover sedere in laboratorio e/o scrivere testi accademici, ma presuppone anche l’impegno nello svolgimento di un’intensa attività sociale (ad esempio, la partecipazione a conferenze), che supera la ristretta definizione di lavoro e/o vita privata.
Le realtà nel Regno Unito, in Italia e in Bulgaria, più dettagliatamente analizzate da alcune relatrici, evidenziano come, diversamente dalle carriere amministrative, persista una sorta di segregazione verticale delle carriere di ricercatore e delle professioni tecnologiche, ancor più visibile – come nel caso italiano – nelle posizioni apicali (direttori di istituto, direttori di dipartimento, direttore generale). Segnali di ottimismo si riscontrano nel Regno Unito, dove vengono adottate speciali iniziative per incoraggiare le università e gli enti di ricerca a introdurre apposite strategie mirate alla valorizzazione del potenziale scientifico femminile. In Italia, seppure con lenta crescita nei valori assoluti allineati ai valori europei, sta continuando l’avanzata delle ricercatrici negli istituti di ricerca come risultato di un effetto generazionale legato all’ingresso nelle professioni della ricerca di un maggior numero di donne in possesso di lauree o dottorati in discipline tecnico-scientifiche.
Due elementi fanno sperare in un progressivo miglioramento:
·      le iniziative introdotte dall’Unione Europea, in particolare l’European Charter for Researchers e i processi di graduale armonizzazione, quali la creazione dello Spazio Europeo della Ricerca;
·      la crescita delle immatricolazioni nelle facoltà scientifiche e il graduale, successivo influsso sulle carriere; un processo che però risulta particolarmente lento se lasciato soltanto al naturale riequilibrio delle tendenze.
Per accrescere la rappresentazione femminile nelle carriere scientifiche è importante introdurre nuovi approcci pedagogici nell’istruzione scientifica, ma anche descriverne correttamente i ruoli nei media, presentando la figura della scienziata contemporanea lontano dalle mitizzazioni del passato e più vicino all’immagine realistica di una professionista impegnata giorno per giorno nello svolgimento di un’attività interessante.
Maria Luisa Marino
 
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