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Studenti-lavoratori nelle università italiane: dal 39% al 26% in 3 anni
Convegno alla Camera
 


Il direttore dell'Indagine Eurostudent, Giovanni Finocchietti, ha presentato in anteprima alcuni dati su lavoro e occupazione estrapolati dalla Settima Indagine sulla condizione studentesca in Italia e in Europa (2012-2015) durante il convegno del 10 giugno 2015 "Università e lavoro - Condizione studentesca e occupabilità in Italia", organizzato dall'Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà e dalla Conferenza dei Collegi Universitari di Merito (CCUM). L'Indagine Eurostudent, promossa e co-finanziata dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, è stata realizzata dalla Fondazione Rui con la collaborazione dell'Università per Stranieri di Perugia.


Premesso che, nei paesi europei, il lavoro studentesco è un aspetto strutturale e non occasionale, in Italia la percentuale di studenti che svolgono un lavoro retribuito è passata in tre anni dal 39 al 26%, un valore nettamente inferiore a quello registrato altrove. Gli studenti lavorano per dipendere meno dalle famiglie (che continuano a coprire circa il 70% delle spese), per entrare in contatto con il mondo del lavoro e per arricchire il proprio bagaglio di competenze. Il calo della loro occupazione rappresenta un insuccesso delle politiche di inclusione sociale e un indebolimento delle prospettive di occupabilità. Per contrastare questo fenomeno è necessario adottare azioni mirate: aumentare le politiche di aiuto agli studi per garantire pari opportunità di accesso, creare nelle università le condizioni favorevoli per coniugare studio e lavoro, offrire opportunità per rinforzare le prospettive di occupabilità (tirocini, riconoscimento dei titoli acquisiti all'estero, etc.).


In questo contesto emerge il ruolo svolto dai collegi di merito, che affiancano gli atenei con un modello interdisciplinare tendente a sviluppare negli studenti capacità di giudizio critico e senso di responsabilità, stimolando la competizione positiva. L'Indagine condotta dalla CCUM sugli ex-alunni e presentata anch'essa in anteprima, assieme ai dati dell'Indagine Istat sui laureati realizzata nel 2011, indica gli allievi dei collegi come un'eccellenza italiana sia per quanto riguarda il curriculum formativo, sia per i tassi e le caratteristiche di occupazione post laurea: il 67% degli allievi dei collegi ha trovato lavoro entro 3 mesi dal termine degli studi e il 12% fra 3 e 6 mesi. In virtù di questi risultati, Maurizio Carvelli (vicepresidente CCUM) ha presentato alcune proposte concrete a proposito di sostegno al merito, lavoro studentesco, edilizia residenziale universitaria e mobilità internazionale.


Tanti gli spunti di riflessione nella tavola rotonda con politici, docenti e imprenditori.
Marco Gay, presidente del Movimento Giovani Imprenditori di Confindustria, ha sottolineato come la disoccupazione giovanile in aumento è uno «spreco di futuro che brucia una o due generazioni». Uno stop di dieci anni rende impossibile reinserirsi nel lavoro: questo non serve solo a sopravvivere, ma anche ad avere soddisfazioni personali, entusiasmo e motivazione a crescere. Dato per evidente che la formazione in Italia raggiunge livelli d'eccellenza e il capitale umano è di qualità elevata, cosa c'è che non va? «L'alternanza scuola-lavoro - in cui siamo carenti - è centrale per passare dal sapere al saper fare. Non è un caso che a volte ci sia un "ripescaggio" degli over 50: infatti, quando un giovane entra in azienda i primi due anni servono a formarlo al lavoro, non a potenziarne le qualità». Gay ha inoltre ribadito l'importanza del progetto Mimprendo, laboratorio formativo promosso dai Giovani Imprenditori di Confindustria e dalla CCUM per trasferire cultura d'impresa agli studenti universitari.


Marco Mancini
, capo Dipartimento per la Formazione e la Ricerca del MIUR, ha affermato che il Processo di Bologna deve diventare più flessibile e rapportarsi alla crisi attuale. Molte sono le criticità, a cominciare da quelle interne al percorso formativo: ritardi, abbandoni, pochi laureati, carenze del diritto allo studio, studenti di fatto a tempo parziale. Mancini ha ribadito il valore dei Collegi che «danno molto più di un semplice sostegno alla didattica, perché favoriscono alcuni importanti indicatori (internazionalizzazione, lavoro di gruppo, educazione alla convivenza e al confronto), come l'università non è in grado di fare».


Secondo Giuseppe Novelli, rettore dell'Università di Roma "Tor Vergata" e membro della Giunta della CRUI, non basta più studiare in atenei prestigiosi, bisogna capire il cambiamento per confrontarsi con il mondo. Internazionalizzazione non è più solo Erasmus o improvvisare corsi in inglese nelle università: i docenti dovrebbero avere la certificazione linguistica di Cambridge per impartire lezioni di buon livello. Ma soprattutto Novelli ha esortato la politica ad abbattere una burocrazia che soffoca ogni iniziativa e ogni spinta all'innovazione: non a caso ha ricordato che negli Usa due ragazzi in un garage hanno inventato la Apple, mentre da noi sarebbe stato sigillato il garage...


Maria Grazia Sampietro
, direttore centrale Credito e Welfare dell'INPS, ha parlato di un nuovo concetto di welfare inteso non più in senso risarcitorio, ma come politica preventiva. L'INPS - pochi lo sanno - offre la possibilità di aprire un fondo di credito per la formazione: un modo per dare una mano a chi altrimenti non potrebbe studiare. Un'idea nata dalla consapevolezza che «la formazione fa bene, perché se cresce il singolo cresce la collettività».


L'incontro si è concluso con un dibattito fra parlamentari, a cui hanno preso parte Elena Centemero (FI), Manuela Ghizzoni (PD) ed Edoardo Fanucci (PD), tutti concordi sul fatto che per avere una buona università bisogna tenere presenti alcuni punti chiave: valorizzare il merito e rilanciare le politiche di diritto allo studio e, perché no, prendere anche spunto dalle buone pratiche dei collegi universitari di merito.

 


Isabella Ceccarini

(giugno 2015)

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