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Kenya, dopo Garissa: priorità alla formazione dei docenti e allo sviluppo dei campus esistenti
 


È in crescita vertiginosa il numero degli studenti universitari in Kenya, con un aumento del 28% nel 2014 rispetto al 2013. Il governo, però, ha tagliato del 6% i fondi per l'anno fiscale appena iniziato riducendo la spesa per l'istruzione accademica dai 627,2 milioni di dollari stanziati per il 2014-2015 agli attuali 588 milioni. «Nei prossimi anni le priorità del governo dovrebbero esser quelle di stabilizzare il sistema e consolidare il miglioramento della qualità, investendo in particolare sulla formazione dei docenti» riferisce a Universitas il prof. Ishmael Irungu Munene, docente di Politiche dell'Istruzione superiore alla Northern Arizona University,uno dei massimi esperti del sistema universitario keniota.

«Il governo - continua - deve stabilizzare la crescita dell'università, sia per quanto riguarda il numero di iscrizioni sia dal punto di vista istituzionale. Questo permetterà alle università esistenti di intraprendere un programma accelerato per lo sviluppo del corpo docente e di completare l'attuale costruzione di infrastrutture. Costruire altre università nelle regioni che ne sono prive, come è stato proposto, mentre quelle esistenti sono ancora sotto-dotate porterà soltanto ad un ulteriore declino della qualità accademica all'interno del sistema. Il governo deve trovare dei fondi - sia in Kenya che all'estero - per lo sviluppo del corpo docente come priorità per l'università. Questo perché accantonare delle risorse semplicemente per i salari o per le borse di studio mentre le istituzioni cercano disperatamente dei fondi per i docenti e per le infrastrutture è un modello povero di sviluppo per le università nei Paesi poveri».

Secondo gli ultimi dati ufficiali, tra università pubbliche e private erano 443.783 gli studenti iscritti nel 2014, rispetto ai 361.379 del 2013, nelle 67 università del Paese: tra queste 31 sono pubbliche e 36 sono private. Le iscrizioni sono più che raddoppiate nel giro di due anni. Il prof. Munene, che ha analizzato in numerosi libri e articoli lo sviluppo delle università keniote, con una crescita del settore privato negli ultimi anni non privo di storture e derive commerciali, ritiene che gli atenei abbiano reagito "con creatività e imprenditorialità" al divieto di offrire certificati al di sotto delle lauree, offrendo piuttosto diplomi e certificati sul dopo-laurea in numerosi programmi. «In Kenya le fonti più vantaggiose di introiti per le università pubbliche - spiega - sono i cosiddetti "Programmi paralleli", offerti a studenti part-time senza borse di studio. La popolarità di questi programmi risiede nei loro più bassi requisiti di ammissione, che permettono a studenti lavoratori di iscriversi all'università. Questa è stata anche una fonte di tensioni e di preoccupazioni sulla qualità dei programmi di laurea». 

La strage perpetrata il 3 aprile 2015 da terroristi del gruppo islamista somalo Al Shabaab nel campus universitario di Garissa ha acceso i riflettori sulla vulnerabilità delle università nel nord del Paese e sull'opportunità di aprirne di nuove. «Io non credo - riflette il prof. Munene - che le università siano a rischio perché si trovano in aree periferiche: in realtà i terroristi possono attaccare gli atenei anche a Nairobi o in altre grandi aree metropolitane. Ciò che importa è quanto siano preparati gli apparati di sicurezza a contrastare la minaccia. In tutto il mondo le università, così come gli ospedali o i teatri, sono obiettivi facili: possono essere colpiti con bassa tecnologia e massimo impatto. Il problema in Kenya è che le forze di sicurezza sono scarsamente attrezzate per raccogliere le informazioni di intelligence necessarie per impedire gli attacchi su queste istituzioni. A mio avviso la sfida è ripensare i dipartimenti di sicurezza delle università in modo che acquisiscano le competenze dei servizi di intelligence, come si è configurato negli ultimi decenni nei campus degli USA».



Manuela Borraccino
(10 luglio 2015)

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