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Europa, continente più attivo nella internazionalizzazione della HE
Unione europea
 


L'indagine Internationalisation of Higher Education offre un'attenta panoramica su stato, tendenze e strategie in atto a vari livelli (internazionale, europeo, nazionale, istituzionale) per sviluppare la cooperazione interuniversitaria e favorire la mobilità.

Lo studio, commissionato dalla Direzione generale Cultura e Istruzione del Parlamento Europeo[1], approfondisce caratteristiche, finalità e vantaggi del processo di internazionalizzazione. In primo piano anche il contributo dell'insegnamento digitale basato sui MOOC (Massive Open Online Courses).

L'indagine esamina 17 Rapporti nazionali sugli indicatori della performance accademica internazionale: 10 europei, prescelti Francia, Germania e Regno Unito perché dominanti in termini quantitativi, Paesi Bassi in rappresentanza dei Paesi piccoli, Italia e Spagna come Sud Europa, Polonia e Romania come Est Europa e Finlandia, Paese UE contrapposto alla Norvegia non aderente all'Unione; 7 extraeuropei, sviluppati e in via di sviluppo: Australia, Canada, Colombia, Giappone, Malesia, Sud Africa e Stati Uniti.

I ricercatori evidenziano che in tema di internazionalizzazione non conta solo il cosa (quali modelli concettuali adottare) e il come (quali differenze di sviluppo per area geografica), ma anche il perché (preparare gli studenti a lavorare in un mondo globalizzato) e il per chi (offrire insegnamento di qualità a tutti gli studenti indipendentemente dal censo). Ne emerge un quadro incoraggiante per l'Europa, l'area mondiale più attiva al riguardo sotto la spinta di vari Programmi UE (Erasmus, Tempus, Alfa, Alban, Atlantis, Marie Curie, etc.). Un contesto ulteriormente rafforzato dal Processo di Bologna e dagli strumenti sinora adottati per facilitare le procedure del riconoscimento (ECTS, titoli congiunti, Diploma Supplement, etc.), nonché dal recente interesse politico di alcuni Paesi per l'internazionalizzazione (Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Norvegia, Polonia e prossimamente Romania).

Erasmus +, ad esempio, ha l'obiettivo di consentire entro il 2020 la mobilità al 20% della popolazione universitaria, contrapposta ai bassissimi valori negli Stati Uniti (1,4%), Canada e Australia (1%) o a quelli quasi inesistenti in America Latina, Asia e Africa, nonostante programmi analoghi siano stati recentemente lanciati in Brasile e in Giappone. Tutttavia sta crescendo l'interesse per l'internazionalizzazione soprattutto su basi interregionali globali, sfruttando antichi legami storici o linguistici: oltre ai Paesi BRICS è il caso dei cosiddetti CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica e dei CLMV (Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam).  

Le raccomandazioni contenute nell'indagine evidenziano alcune sfide prioritarie per far sì che l'internazionalizzazione universitaria si trasformi in processo di integrazione: adeguato finanziamento per la rimozione degli ostacoli economici alla mobilità, ampliamento dei titoli congiunti, adozione del bi-multilingual learning per superare il monopolio della lingua inglese.

 

Antonella Lorenzi
(settembre 2015)




[1] Lo studio è stato effettuato dal Centre for Higher Education Internationalisation (CHEI) dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in cooperazione con l'International Association of Universities (IAU) e la European Association for International Education (EAIE).

 


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