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La media non conta più. Ipermeritocrazia e futuro del lavoro
Tyler Cowen
 


Università Bocconi Editore – UBE, Milano 2015, 288 pp., 26 euro, 13,99 e-pub
Solo l’Iphone consta di 634 componenti. Per produrre un Ipad la Apple coordina squadre che includono i disegnatori di Cupertino, gli hard drive della Toshiba (un’azienda giapponese che produce nelle Filippine e in Cina), i microchip dei computer di Taiwan, l’assemblaggio finale che avviene in Cina e le competenze in materia di marketing e vendite al dettaglio sparse un po’ ovunque negli Stati Uniti. Quello dell’azienda californiana è solo un esempio di come la capacità di lavorare in squadra e l’abilità di associare punti di forza cognitivi di esseri umani e computer sono e saranno sempre più spesso due dei requisiti principali per ottenere e mantenere un posto di lavoro, scrive l’economista americano Tyler Cowen in La media non conta più. Ipermeritocrazia e futuro del lavoro. Un testo che propone una riflessione sul mercato del lavoro attuale e su ciò che esso rappresenterà per le nostre vite anche in futuro, in un mondo in cui si sta allargando la faglia fra i ricchi con redditi da capogiro e una classe media che vive un impoverimento costante dopo la crisi del 2007-2008, come sintetizza l’immagine di copertina del saggio edito dalla Bocconi.
Docente di economia alla George Mason University, definito dall’“Economist” «uno dei più influenti economisti degli ultimi dieci anni», Cowen parte dal presupposto che oggi quel che manca nell’economia globale sono «il terreno di qualità e le risorse naturali; la proprietà intellettuale o le buone idee riguardo a ciò che bisognerebbe produrre; il lavoro di qualità con capacità professionali uniche». Quel che invece sovrabbonda e dunque è a buon mercato è «il lavoro non qualificato» e «il denaro in banca o detenuto in titoli di Stato». Il fatto è che la distribuzione delle opportunità si sta divaricando, la media non conta più. Le nuove diseguaglianze derivano per Cowen fondamentalmente da tre fattori: la crescente produttività delle macchine intelligenti; gli effetti della globalizzazione dell’economia; la divaricazione tra settori economici stagnanti e settori dinamici. Analizzando l’incremento della quota di reddito del 10% dei più ricchi fra il 1979 e il 20o5 negli Stati Uniti, si vede che il 70% dei guadagni è andato ai dirigenti, ai manager, ai funzionari direttivi e ai professionisti della finanza. «Benvenuti nella ipermeritocrazia» dice ironicamente l’autore, spiegando come «i datori di lavoro saranno in grado di misurare il valore economico con una precisione talvolta oppressiva». Vivremo insomma sempre di più in un mondo in cui ciascuno vale professionalmente quello che guadagna.
Certo, Cowen parla degli Stati Uniti dove si sta affermando in molte aziende il principio in vigore in Google «o eccelli o sei fuori». Forse il limite del suo saggio rispetto ad altri testi sulla globalizzazione dell’economia sta nel riferirsi prevalentemente al mercato del lavoro statunitense, emblematico delle tendenze dell’economia che traina il resto del mondo ma rappresentativo fino ad un certo punto delle dinamiche interne ad altri Paesi più periferici rispetto alle capitali dell’innovazione. Proprio il mancato riconoscimento del merito in Italia, com’è noto, è alla base dell’emigrazione all’estero di molti fra i nostri laureati più qualificati.
Cowen spiega che negli ultimi anni i settori nei quali sono cresciuti i posti di lavoro negli Stati Uniti sono le imprese di commercio elettronico (+ 11% nel 2011) e dell’editoria elettronica, emittenza televisiva e portali di ricerca sul web, programmazione informatica e affini, in generale le professioni tecniche legate alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). La tendenza più a lungo termine vede la diminuzione dei posti di lavoro nelle occupazioni a qualifica media, dei colletti bianchi, degli amministrativi e degli addetti alle vendite. Sta crescendo la domanda di lavori ben pagati, altamente qualificati, compresi i lavori in ambito tecnologico e manageriale, ma non aumenta la remunerazione dei lavori che si colloca nel mezzo. La sopravvivenza della classe media a suo avviso dipenderà da due grandi gruppi: la percentuale della popolazione che sarà capace di lavorare con le macchine intelligenti e quella di chi lavorerà nell’assistenza delle persone.
Cowen si dice convinto che l’Europa non sia esente da queste tendenze: «Fra il 1993 e il 2006, nei 16 Paesi europei più importanti le occupazioni a media remunerazione sono diminuite come quota dell’occupazione totale ed in 13 di essi sono aumentate sia le occupazioni altamente remunerate sia quelle retribuite poco. […] Ci sono molti più lavori veramente buoni, ma anche molti più lavori veramente cattivi» compresi quelli logoranti. I soli che abbiano visto aumentare il proprio salario sono gli individui con una specializzazione avanzata.
Le macchine, ribadisce Cowen, non ci buttano fuori dal mercato del lavoro perché, mentre distruggono vecchi lavori, esse ne creano puntualmente di nuovi. Ma il fatto è che oggi la divaricazione è fra chi ha le capacità di mettersi al passo con le nuove tecnologie e chi ne viene escluso. Al punto che avere un buon grado di istruzione oggi non basta più: molti scienziati non trovano lavoro perché non praticano il “giusto” tipo di scienza.
Come riprogettare l’istruzione universitaria in questo contesto di rapidissima evoluzione? Per l’autore “un’istruzione migliore deve procurare guadagni migliori”: l’istruzione online, nelle sue più disparate forme, dai MOOCs alla consultazione dei blog specialistici e di materiali disponibili in rete, rappresenterà un bel pezzo dell’istruzione del futuro. Bassi costi di produzione, flessibilità nella fruizione, alti profitti per chi prepara i corsi online, precisione di valutazione dell’apprendimento: saranno questi i fattori che decreteranno il successo dell’istruzione online. A rallentare questi inevitabili sviluppi, concede Cowen, saranno «le burocrazie» delle università, con i docenti spesso restii ad apprendere nuovi metodi didattici o a rischiare di perdere status e importanza con l’online, e le difficoltà degli organismi addetti alle certificazioni. Non c’è dubbio insomma che con l’istruzione meccanizzata negli Stati Uniti si apriranno certamente nuove guerre di mercato anche nel settore universitario, ma non sarà così immediata la scomparsa dell’istruzione di qualità, basata sull’insegnamento faccia a faccia e sul prestigio di istituzioni di fama mondiale, come Harvard o Princeton, che non rinunceranno facilmente alla loro esclusività.
Manuela Borraccino
 
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