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Crisi rifugiati, de Wit: “servono risposte concrete all'emergenza”
Attualità
 


Si è avviata una certa mobilitazione sull'accoglienza degli studenti siriani nelle università europee e, in alcuni casi, nordamericane, dopo l'appello lanciato lo scorso settembre dal direttore del Center for International Higher Education del Boston College Hans de Wit e dal suo predecessore Philip Albach su University World News e rilanciato da Universitas.

Queste iniziative, sostiene de Wit in un nuovo editoriale, rischiano di rimanere buone idee e mere intenzioni, poco più che episodiche espressioni di solidarietà, se non vengono create delle reali opportunità di istruzione universitaria a un'ondata di massa di rifugiati che preme alle porte dell'Europa.

«È ora che i politici riconoscano le opportunità che l'istruzione offre per una soluzione alla crisi dei rifugiati» afferma l'accademico olandese. È certamente encomiabile che in diversi consessi accademici internazionali si stia discutendo di come le università possano aiutare i rifugiati, o che si veda come agenzie nazionali come la German Academic Exchange (DAAD) stiano tentando di superare gli ostacoli per gli studenti rifugiati, con corsi di lingua e valutazione delle credenziali, e come singole università, da Oslo a Siena, stiano cercando di aiutarli a proseguire gli studi. Ma la realtà è che la maggior parte delle università, anche quelle tradizionalmente più aperte, rifiutano di concedere borse di studio ai giovani siriani perché i regolamenti e la burocrazia lo rendono impossibile. Con il risultato che questi rifugiati passano diversi mesi o anni senza far nulla nei campi profughi, aspettando di sapere se saranno espulsi o potranno restare. Perché non permettere loro e stimolarli a istruire se stessi, a lavorare sul loro futuro, in Europa o nella loro terra?

«Anziché spendere miliardi di euro per la protezione delle frontiere e campi profughi di massa - sostiene de Wit - l'Unione Europea e i suoi Stati membri dovrebbero investire sull'istruzione visto che questo procurerebbe opportunità sia a breve che a lungo termine sia per i rifugiati ai quali è permesso restare che per quelli costretti al rimpatrio, sia per quelli in Europa che per quelli nei campi in paesi stranieri. L'ampia solidarietà della comunità accademica con i rifugiati in Europa e altrove può diventare efficace se c'è un sostegno coordinato da parte dell'Unione Europea, dei governi nazionali e di organismi internazionali come le Nazioni Unite o la Banca Mondiale».

Per de Wit «il lavoro delle ong nel fornire istruzione nei campi profughi e borse di studio è impressionante e necessario, ma l'attuale crisi richiede risposte diverse e sostanziali e può fornire anche lezioni per le crisi dei rifugiati altrove in futuro». Anche la European University Association (EUA) ha interrotto il silenzio per chiedere ai politici di non considerare la crisi dei rifugiati come un costo o una sfida ma piuttosto come un'opportunità sulla quale investire, visto che nelle parole del presidente Rolf Tarrach «l'accesso all'università è certamente uno dei modi migliori per aiutare gli studenti rifugiati ad ottenere delle qualifiche, mettendoli nelle condizioni di cercare lavoro e intraprendere una carriera, costruendo così un percorso di vita per loro stessi e per le loro famiglie». Certo non è facile, ammette de Wit, rimuovere i numerosi ostacoli all'integrazione degli studenti rifugiati nelle università, dalla lingua al riconoscimento delle lauree. E di sicuro non tutti i rifugiati saranno qualificati per la formazione o il lavoro universitario. Ma se tutti gli attori lavorano insieme, ci sono modi per superare questi problemi creando dei percorsi di inserimento, a cominciare dai corsi intensivi di lingua. È tempo per azioni concrete che sostengano in modo coordinato le iniziative di solidarietà sorte in ordine sparso.

 


Manuela Borraccino
(24 novembre 2015)

 

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