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Gli universitari guardano al mondo del lavoro
Università e impresa
 


Ottimisti, aperti al mondo, determinati, consapevoli, con uno spiccato senso etico: è il profilo dei giovani emerso dalla seconda edizione della ricerca Gli universitari guardano al mondo del lavoro – Scelte e aspettative dei giovani italiani presentata a Roma il 25 novembre nelle sale dell’Accademia L’Oréal – che Eumetra Monterosa ha svolto per L’Oréal, il primo gruppo cosmetico mondiale di cui fanno parte 28 marchi internazionali del calibro di Lancôme, Biotherm, Garnier, Vichy. In Italia ha un fatturato di 1,1 miliardi di euro e occupa 2.000 addetti. Tra le opportunità offerte dal gruppo – che da sempre investe nella ricerca e nell’innovazione – ci sono anche progetti innovativi per selezionare i talenti migliori (Commercial excellence e Brandstorm) e stimolare la ricerca femminile (Premio “For Women in Science”, promosso insieme all’Unesco).

Questa «generazione da coltivare», come l’ha definita Cristina Scocchia, amministratore delegato L’Oréal Italia (ritratta nella foto), «ha vissuto la crisi sulla propria pelle, e vuole uscirne», ha sottolineato Gaetano Manfredi (rettore dell’Università di Napoli Federico II e presidente della Crui) dando l’avvio a un interessante dibattito, moderato da Nicola Saldutti, caporedattore Economia del “Corriere della Sera”, a cui hanno partecipato Stefania Giannini (ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), i rettori Massimo Egidi (LUISS Guido Carli di Roma) e Giacomo Pignataro (Università di Catania), e Andrea Guaraldo (direttore HR L’Oréal Italia).

L’indagine è andata oltre la semplice analisi dei numeri, ha precisato Renato Mannheimer durante la sua presentazione: la particolarità è nell’attenzione del gruppo alle persone e a quello che pensano, al di là delle percentuali. Un dato che sorprende – perché segna forse un’inversione di tendenza – è l’ottimismo: il 91% dei giovani intervistati è convinto di trovare un lavoro entro cinque anni, intervallo non brevissimo ma ragionevole in una situazione di crisi generalizzata. La maggior parte di essi ritiene che il lavoro sarà soddisfacente (76%), coerente con gli studi svolti (75%), socialmente utile (71%). Un dato interessante è che viene ritenuto molto più importante un lavoro appagante rispetto ai soldi e alla carriera. Grande importanza è attribuita alle esperienze all’estero, valutate molto positivamente e vissute non solo come occasione per approfondire una lingua o per studiare un mercato considerato “accogliente”, ma anche per conoscere culture diverse dalla propria. Un dato smantella il pregiudizio dei ragazzi mammoni: il 40% di quelli che non escono dall’Italia non può permetterselo per motivi economici, un dato che ripropone il vecchio problema della mancanza di politiche di sostegno adeguate. Un altro dato che demolisce un luogo comune è che il 70% degli intervistati vorrebbe meno raccomandazioni e valutazioni basate sul merito. Sicuramente bisogna scegliere valutando le capacità di una persona; però, come ha spiegato Manfredi, se il candidato è di alto profilo  “raccomandarlo” può significare dare le giuste opportunità a chi le merita, come si fa all’estero, dove si sostengono i candidati migliori.

La preferenza per il lavoro in azienda è netta (45%) rispetto alla libera professione (28%) e all’impiego nel settore pubblico (27%), ma a determinate condizioni: all’azienda sono richiesti sensibilità sociale, onestà, correttezza, rispetto nei confronti dei dipendenti, retribuzione adeguata, flessibilità degli orari. Il management migliore è quello che sa motivare e comunicare: la capacità di relazionarsi è più apprezzata del comportamento autoritario, e un ambiente stimolante sicuramente riesce a valorizzare al meglio le doti personali. «Questa nuova sensibilità sociale» ha sottolineato il ministro Giannini «è preziosa per costruire un futuro diverso».

Gli intervistati hanno dimostrato nel complesso un buon apprezzamento degli atenei italiani per quanto riguarda la preparazione dei docenti e la scelta dei corsi specialistici, ma lamentano un certo squilibrio fra teoria e pratica, e vorrebbero che l’università facilitasse l’accesso al mondo del lavoro. Tra gli elementi molto negativi, infatti, sono indicati lo scollamento con il mondo del lavoro e gli intralci burocratici.

Anche Stefania Giannini ha sottolineato la necessità di maggiore interazione università-impresa: un processo che la politica ha avviato con i nuovi modelli formativi scuola-lavoro, ma che va potenziato. Del resto in Italia non esiste quel legame strutturale tra master e lavoro presente nel mondo anglosassone e statunitense, e c’è il limite del canale formativo unico mentre manca quello professionalizzante: la nostra impostazione culturale privilegia la teoria, è knowledge based anziché skills based. Un limite che però ha un risvolto positivo: se le competenze di tipo tecnico sono condannate a diventare presto obsolete, una solida preparazione “di base” fornisce strumenti cognitivi forti che durano nel tempo e permettono di essere flessibili e capaci di aggiornarsi. Su un punto si sono trovati tutti d’accordo: non basta essere bravi, è indispensabile potenziare le soft skills, quelle competenze trasversali (saper lavorare in gruppo e risolvere i problemi, conoscenze linguistiche, resilienza) che completano la formazione della persona a prescindere dagli studi svolti. Secondo Manfredi nelle scienze “dure” si avverte una maggiore sensibilità all’interazione con le aziende, mentre non si può dire altrettanto nel settore umanistico. Guaraldo ha dichiarato che L’Oréal lavora molto con le università, facendo ricerca e innovazione in un’ottica di partnership. Da un punto di vista aziendale, lamenta in alcuni casi la mancanza di una comunicazione efficace con gli uffici placement di ateneo: con strutture più agili e attive si potrebbero avere maggiori occasioni di contatto con gli studenti, anche al di fuori dei career day.

Gli studenti sono cambiati, sostiene Pignataro, bisogna stimolarli e dare loro spazio. Vogliono studiare e fare esperienza, sperimentare le conoscenze acquisite. Qui entra in gioco il binomio università-impresa con lo stage, che deve rispondere a criteri formativi di qualità. Pignataro ha affermato con vigore che bisogna dire basta ai fronti contrapposti. Università e impresa sono due realtà complementari, che devono capirsi e collaborare per raggiungere i tanti obiettivi condivisi, come dimostra l’esperienza del Contamination Lab dell’Università di Catania. Egidi ha evidenziato come siano cambiate le piccole e medie imprese, che stanno diventando competitive sul mercato internazionale, ma anche gli studenti: una volta si cercava prima il “pezzo di carta” poi il lavoro, oggi ci si sforza di capire le tendenze del mercato per poi individuare il proprio spazio.

Ma cosa cerca un’azienda in un candidato? Una buona preparazione non basta più, ha detto Guaraldo. Bisogna essere cittadini del mondo, misurarsi in contesti e culture diverse: qualità che consentono di sviluppare talenti italiani in grado di confrontarsi con il mercato globale. Anche l’ambizione è importante, ma bilanciata dall’umiltà: di imparare, di ascoltare, di mettersi in discussione, di non scoraggiarsi davanti agli insuccessi avendo anzi la determinazione a rialzarsi per affrontare nuove sfide.

Stefania Giannini ha concluso ribadendo l’importanza di «mettere al centro il valore culturale della formazione per la crescita della persona: un’istruzione di qualità cambia in meglio la vita delle persone e quindi della società nel suo insieme. Per questo occore uno sforzo corale da parte di governo, università e imprese: tornare a concentrarsi sui valori fondanti è oggi più che mai un imperativo morale».
 
Isabella Ceccarini
(26 novembre 2015)
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