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OECD Skills Outlook 2015 - Youth, Skills and Employability
Oecd
 


2015, pp. 160

Per 39 milioni di giovani dei Paesi OCSE (Organizzazione per lo Sviluppo Economico, traduzione italiana di OECD, ndr) il passaggio dalla formazione alla vita attiva è un compito assai arduo, essendo tra le fasce più colpite dalla crisi economica. Tra il 2007 e il 2011 hanno subito le più pesanti perdite reddituali, il maggior scarto in termini di rischio povertà rispetto all’insieme della popolazione e il doppio delle possibilità di perdere il lavoro perché le imprese sono restie ad assumere persone inesperte. Dei 39 milioni di giovani inattivi, in età compresa tra i 16 e i 29 anni, annoverati nel 2013 (cinque milioni in più del periodo ante crisi), circa la metà (20 milioni) non era inserita nel sistema formativo e neppure cercava lavoro (i cosiddetti NEET - Not in Education, Employment or Training). Questi dati significano uno spreco di risorse umane e un danno finanziario collettivo in termini di mancato utilizzo a fini produttivi delle competenze acquisite, di minori entrate fiscali sul reddito e di costi maggiori per le prestazioni sociali, senza contare l’instabilità sociale generata dalla disoccupazione.
L’Indagine OECD Skills Outlook 2015: Youth, Skills and Employability esamina come le politiche pubbliche possano rafforzare l’occupabilità giovanile sia migliorando la loro preparazione alla vita attiva sia facilitando un migliore utilizzo delle loro competenze. Se la prima edizione (2013) focalizzava i risultati della valutazione delle competenze degli adulti, lo studio attuale intende fornire un quadro dettagliato sulle modalità di acquisizione delle competenze giovanili e sugli ostacoli che si incontrano.
Formazione e mondo del lavoro sono troppo spesso estranei l’uno all’altro: in 22 Paesi OCSE meno della metà degli studenti che seguono corsi di formazione professionale possono beneficiare di un apprendimento basato sul lavoro. Il messaggio essenziale è invece quello che i vari attori congiungano gli sforzi, dato che l’occupabilità aumenta quando i sistemi formativi si adattano alle richieste del mercato del lavoro e gli imprenditori collaborano alla formulazione dei programmi. Lo studio evidenzia ancora una volta che i laureati ottengono migliori risultati di inserimento, ma l’accesso all’istruzione superiore è ancora fortemente influenzato dall’ambito familiare, che pesa – anche per mancanza di adeguato orientamento e possesso di informazioni – sulla scelta degli studi universitari: lo rivelano alcune statistiche condotte nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove i giovani economicamente più sfavoriti mostrano la tendenza a non proiettarsi troppo lontano.
Pesa sensibilmente il mitsmatch di competenze. Da un lato molti imprenditori lamentano la penuria di personale qualificato in alcuni settori e la mancanza di determinate tipologie di competenze; dall’altro i laureati rischiano di constatare una discrasia tra le competenze acquisite e quelle richiesteche li porta a ingrossare le file dei NEET, molto più di quanto non facciano i diplomati del segmento secondario superiore. Ovvero risultano più qualificati rispetto all’offerta lavorativa con mancato utilizzo sul piano sociale dell’investimento formativo compiuto su di loro e con penalizzazioni salariali non trascurabili sul piano individuale.
Secondo l’OCSE, gli atenei possono giocare un ruolo determinante nella formazione dei giovani e nella loro occupabilità: la pluralità di percorsi nei sistemi formativi accresce la possibilità di trovare il programma di studio meglio corrispondente ai propri bisogni e alle proprie capacità. Uno strumento utile è anche l’esistenza di una sorta di passerelle, che permettono di cambiare l’ambito di studio senza perdere le competenze già acquisite. Ne sono un esempio: in Austria, i licei professionali, importante via d’accesso all’università; in Svizzera, i doppi diplomi (qualificazione dell’istruzione professionale più qualificazione per accesso all’Università); in Germania, l’accesso all’università dai settori dell’istruzione professionale è migliorato dal 2009 ed è incoraggiato da campagne governative; in Francia, sono obbligatori gli stage e nel Regno Unito – su richiesta di alcune associazioni di imprenditori – alcune università hanno inserito la formazione professionale nel loro programma di insegnamento.
In attesa di interventi a lungo termine, l’OCSE suggerisce ricette dagli effetti più immediati per valorizzare le competenze diversificate e accompagnare i giovani verso la stabilità professionale (ad esempio, disposizioni relative a salario minimo, fiscalità, costi sociali e sgravi per i datori di lavoro).
Da non trascurare anche l’impatto delle nuove tecnologie sia nell’ambito formativo (MOOC, Massive Open Online Courses) che in quello del reclutamento, più propizio ai giovani, maggiormente in grado di utilizzare i social media.
 
Maria Luisa Marino
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