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Ascesa e declino. Storia economica d’Italia
Emanuele Felice
 


Il Mulino, Bologna 2015, pp. 392, 18 euro, epub 11,99 euro
 
Non bastano misure di flessibilità e precarizzazione del mercato del lavoro per favorire investimenti esteri sulle nostre imprese, o ancora meno uscire dalla moneta unica per far fronte all’impoverimento della classe media, di gran lunga precedente alla crisi del 2008. La strada per non rassegnarci al declino esiste: dotarci di una classe dirigente competente in grado di far ripartire con politiche e scelte imprenditoriali adeguate la nostra economia come è avvenuto all’indomani dell’Unità d’Italia, investire nell’istruzione ovvero sul capitale umano come avviene nelle economie avanzate e come è avvenuto nel dopoguerra, combattere la corruzione che inchioda l’Italia alla 72esima posizione del mondo sulla corruzione percepita, unico Paese dell’Ocse e terzultimo in Europa dopo Bulgaria e Grecia. È una ricetta articolata e documentata con rara profondità storica quella che Emanuele Felice affida alle pagine di Ascesa e declino. Storia economica d’Italia, un saggio di estremo interesse per chiunque si interessi alle cause e ai rimedi della crisi strutturale di crescita del nostro Paese.
 
Docente di Storia economica all’Università Autonoma di Barcellona, con l’ausilio degli indicatori demografici, economici e le proiezioni sul Pil elaborati dagli studiosi per i secoli addietro, Felice prende le mosse dalle dinamiche che hanno portato nel Medioevo e fino al Rinascimento al primato dell’economia italiana sul resto del continente e sulle cause della “storia spezzata” – lo spostamento dei traffici dal Mediterraneo all’Atlantico, l’ascesa dei Paesi Bassi, la frammentazione dei Principati italiani già evidenziata dai classici di Guicciardini e Machiavelli, il peso della dominazione spagnola con la fiscalità eccessiva e mal congegnata soprattutto nel sud Italia, l’arrancare sulle innovazioni e gli sviluppi tecnologici della prima e della seconda Rivoluzione industriale – che alla fine dell’800 relegarono l’Italia dietro a Gran Bretagna, Germania e Francia.
 
Il racconto entra nel vivo con l’Unità d’Italia e l’analisi delle politiche economiche scelte da Cavour, la cui morte prematura impresse probabilmente una brusca frenata allo slancio di un nascente capitalismo che avrebbe potuto portare il nostro Paese a traguardi ben più significativi in un minor lasso di tempo: perché l’Italia al momento dell’Unità non figurava tra le nazioni più arretrate d’Europa, anzi fu tra i primi paesi al mondo a dotarsi di un’industria automobilistica, che per sua natura richiedeva uno sviluppo della produzione meccanica, dell’industria degli idrocarburi e delle infrastrutture, in primis delle ferrovie, tipica dei Paesi più progrediti.
 
Con una ricostruzione avvincente e condotta con grande rigore scientifico Felice spiega come nel giro di un secolo, fino agli anni Ottanta del Novecento, l’Italia sia divenuta una delle prime dieci potenze del mondo, «uno dei luoghi più fortunati in cui nascere, luogo di bellezza ma anche di affluenza». Poi il meccanismo si è inceppato. L’Italia oggi è il «grande malato d’Europa»: aumenta la povertà, si è cronicizzato il divario fra Nord e Sud, «la fuga di cervelli fa registrare numeri inediti per un paese avanzato e tipici piuttosto di un’economia in sviluppo». Alla luce dei dati e delle interpretazioni tracciate negli ultimi vent’anni sulle cause del declino, l’economista spiega come l’Italia probabilmente non sia mai realmente andata «dalla periferia» al «centro» del sistema capitalistico mondiale, ovvero come – malgrado indubbi successi e progressi come si vide con il boom del dopoguerra – non sia riuscita ad adeguare la propria impalcatura istituzionale e burocratico-amministrativa (la politica, il fisco, la giustizia, le procedure per gli appalti) agli standard tecnologici richieste ai paesi avanzati, in particolare sul sistema di ricerca e innovazione che oggi è alla base dell’economia della conoscenza.
 
Tra i maggiori esperti della “questione meridionale” in Italia, Felice dedica ampio spazio al divario regionale che in nessun paese europeo è così netto e pronunciato come in Italia, e che si è andato ampliando a dismisura rispetto al 1861. L’arretratezza del Sud, oggi, non è solo sul reddito medio ma molto più profondamente sull’indice di sviluppo umano (ovvero istruzione, assistenza sanitaria, speranza di vita, prospettive di mobilità sociale): qui il divario socio-istituzionale ha plasmato i divari di reddito, al punto da rendere la questione meridionale il maggior fallimento dello Stato unitario e della storia economica italiana degli ultimi 150 anni. Con responsabilità innegabili, argomenta Felice, sia della politica nazionale, che ha moltiplicato irresponsabilmente i centri di spesa, sia della società civile e delle istituzioni meridionali che, eccezion fatta per alcune isole virtuose nell’ambito dell’imprenditoria e dell’istruzione, non sono riuscite a superare né il clientelismo né la propensione allo sperpero che ha caratterizzato il mancato sviluppo del Mezzogiorno.
 
Dall’analisi del capitalismo guidato dallo Stato all’ascesa e declino delle grandi imprese italiane (Fiat, Pirelli, Montecatini), fino all’esame del sistema italiano basato sulle piccole e medie imprese e sui distretti industriali, Felice spiega perché un Paese come il nostro che aspira a rimanere tra i grandi paesi industrializzati ha bisogno di politiche che sostengano l’innovazione e la ricerca e come di conseguenza le PMI non abbiano la forza di perseguirle. Non è certo un caso che a causa di pessime politiche industriali negli ultimi trent’anni l’Italia sia rimasta priva di grandi imprese nel settore chimico, farmaceutico e informatico, che oggi risultano trainanti nelle economie avanzate. 
 
C’è bisogno insomma di più politica, afferma Felice. C’è bisogno di una classe dirigente lungimirante, che guardi allo sviluppo del Paese a lungo termine e non rincorra ossessivamente il consenso elettorale. «La strada per evitare il declino di lungo periodo non può che essere una: dotarsi di un assetto socio-istituzionale e delle risorse di base in grado di sostenere gli standard tecnologici propri dei grandi paesi avanzati: riformare cioè l’apparato burocratico-amministrativo e le istituzioni, investire in istruzione e innovazione, introdurre norme che incentivino i comportamenti virtuosi dei cittadini e delle imprese, condurre una politica industriale che indirizzi l’Italia verso produzioni a maggiore valore aggiunto. È una strada più difficile da seguire per la classe dirigente esistente – sia per quella politica che per quella imprenditoriale – e per questo è ancora più importante che l’opinione pubblica ne sia consapevole». Il declino insomma non è un destino ineluttabile, ma il prodotto di scelte – o non scelte – precise che possono essere corrette da un approccio di sistema ai problemi della crescita: serve la volontà.
 
Manuela Borraccino
 
 
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