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USA: borse di studio in aumento, ma per pochi studenti meno abbienti
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Fin dall'inizio del suo primo mandato alla Casa Bianca, Barack Obama si è speso in prima persona per un'ambiziosa campagna nazionale per l'aumento dei laureati, con l'obiettivo di "riportare ancora una volta l'America nel 2020 ad avere la più alta percentuale di laureati del mondo". L'appello si è tradotto in una gara di generosità da parte di fondazioni, organizzazioni e fondi federali che ha fatto lievitare il valore totale delle borse di studio da 82 miliardi di dollari nel 2008 a 123 miliardi di dollari nell'anno accademico 2013-2014. Gli ultimi dati dell'Ufficio statistico statunitense hanno fatto registrare, però, una tendenza preoccupante: nello stesso periodo la quota dei diplomati provenienti da famiglie a basso reddito che si iscrivono all'università è diminuita di ben dieci punti percentuali, passando dal 56% del 2008 al 46% del 2014. Dove sono andati a finire tutti gli studenti meno abbienti? si chiedono i ricercatori Chris Nellun e Terry Hartle in un articolo su The Presidency.

Il crollo delle iscrizioni dei più svantaggiati nell'arco di sei anni è tanto più allarmante a confronto con gli studenti provenienti dalle fasce di redditi medi e alti: il calo delle matricole è stato del 2% fra gli studenti della classe media (dal 66 al 64%) e del 3% tra quelli di reddito alto. In totale la quota di diplomati che si iscrive all'università è scesa dal 69 al 66%. Mentre in periodi di crisi di solito si torna a studiare per aumentare le proprie competenze, con la fine della recessione ci sono più giovani che cercano di entrare nel mondo del lavoro subito dopo il diploma. Resta il fatto che grazie all'aumento di borse di studio le rette universitarie sono calate in modo significativo soprattutto per le lauree brevi biennali, e aumentate di poco per i corsi quadriennali. Inoltre la quota di diplomati dalle scuole superiori è aumentata dal 75% del 2008 all'81% del 2014, dunque il bacino di potenziali matricole si è allargato. Negli Stati Uniti secondo i dati ufficiali nel 2013 il 31,66% della popolazione con più di 25 anni risultava in possesso della laurea (in Italia la percentuale è del 17%).

Come leggere dunque questo calo di iscritti proprio fra gli studenti più svantaggiati? Le ragioni dell'allargamento del gap fra gli studenti dei ceti più abbienti e quelli più poveri non sono affatto chiare. Nellun e Hartle propongono cinque possibili ipotesi:

1) il rapido aumento delle rette universitarie, soprattutto in ambito pubblico, potrebbe aver portato molti a ritenere di non potersi permettere l'università;

2) l'idea che il valore economico dell'istruzione universitaria sia diminuito;

3) con la ripresa economica gli studenti a basso reddito tentano di entrare nel mondo del lavoro in misura maggiore rispetto a quelli più benestanti;

4) le iscrizioni universitarie tendono a diminuire quando l'economia è in crescita, ed il calo di iscrizioni nelle università private può avere avuto un impatto sproporzionato sugli studenti più poveri;

5) può anche darsi che i dati non siano esatti.

Quel che è certo, chiosano gli autori, è che si tratta di una tendenza che va attentamente analizzata, affrontata con decisione e ribaltata. Perché, oltretutto, mentre gli alunni più svantaggiati aumentano alle elementari e alle scuole superiori, diminuiscono all'università. In tutti i Paesi sviluppati basati sull'economia della conoscenza aumenta il gap fra i redditi dei laureati e quelli dei diplomati: la forbice, avverte il Pew Research Center nel rapporto The Rising Cost of Not Going to College, non è mai stata così ampia.



Manuela Borraccino
(15 dicembre 2015)

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