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Le divergenze qualitative e quantitative tra Nord e Sud Italia nello sviluppo dell’università
Analisi
 


Il VII Rapporto annuale della Fondazione RES, Istituto di Ricerca su Economia e Società in Sicilia, presentato a Palermo il 10 dicembre 2015, intitolato "L'Università italiana al Nord e al Sud" offre uno spaccato dell'università italiana in tre aree di riferimento: dimensione quantitativa, articolazione territoriale e qualità.

Analizzando le tre aree in un'unica trattazione, il Rapporto evidenzia come in 7 anni le immatricolazioni si siano ridotte di 66 mila unità (-20%). Solo Svezia e Ungheria hanno sperimentato un decremento più forte. Il calo delle immatricolazioni è rilevante nelle Isole (-30,2%) e nel Mezzogiorno (-25,5%) e riguarda indistintamente tutte le aree disciplinari, con picchi molto alti per l'area sociale e umanistica. Il calo delle immatricolazioni comporta un rallentamento nel numero dei laureati: nel 2014 l'Italia aveva una percentuale di laureati pari al 23,9%, molto al di sotto della soglia del 40% prevista come obiettivo europeo per il 2020.

In riduzione anche il numero di docenti (-17%, dai 63 mila circa del 2008 agli attuali 52 mila) e del personale amministrativo (-18%, da 72 mila a 59 mila). Per il personale docente, la diminuzione ha interessato maggiormente le università del Centro (-21,8%) e del Mezzogiorno (-18,3%). Alla riduzione di docenti e personale amministrativo fa da contrappeso l'aumento del numero di collaboratori part-time.

La riduzione del numero di docenti ha evidenziato un ulteriore recente fenomeno, ovvero la riduzione dei corsi di dottorato nelle università italiane, che negli ultimi due anni accademici sono passati da 1.557 a 903. Da una indagine dell'ADI pubblicata nel 2015, risulta che il rapporto tra studenti di dottorato ogni mille abitanti in Italia è pari allo 0,6%, molto più basso rispetto a Germania (2,6%), Regno Unito (1,5%) e Francia (1,1%). Il numero di studenti ammessi a corsi di dottorato in Italia si è ridotto dell'11,8% tra il 2008 e il 2014: nel Mezzogiorno la contrazione è stata del 28,4%.

Alla ormai costante diminuzione dei finanziamenti all'Università, si riscontra lo speculare aumento delle tasse universitarie. La quota base dell'FFO è scesa da 6,7 miliardi (2008) a 4,9 miliardi (2015); questi tagli, uniti a criteri di ripartizione molto criticati, hanno colpito soprattutto gli atenei del Centro e del Sud, fino a ridurre di un quinto la quota annuale di finanziamento loro spettante. Pur essendo aumentate le tasse universitarie (+57,5% tra il 2004/2005 e il 2013/2014), non è invece aumentato il livello di sostegni e servizi inclusi nel diritto allo studio. Le università del Nord, pur avendo un importo di tassazione piuttosto alto, hanno visto un aumento contenuto (+52,4%) se confrontato con quello delle università del Mezzogiorno (+70,5%) e delle Isole (+85%).

I curatori del rapporto indicano come le divergenze territoriali, rompendo un equilibrio tutto precario, comportino il rischio di creare due gruppi di atenei: uno virtuoso, concentrato nel triangolo Milano-Bologna-Venezia; e uno vizioso, un misto di atenei periferici destinati all'erogazione di una didattica di base, con meno insegnamento universitario e meno attività di ricerca.

 

Danilo Gentilozzi
(23 dicembre 2015)

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