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Generation jobless? Turning the youth unemployment crisis into opportunity
Peter Vogel
 


Palgrave Macmillan, 2015, pp.XXIV-253.


Puntare sul capitale umano rappresenta la più importante politica per uno sviluppo sostenibile sotto il profilo socio-economico, dal momento che la disoccupazione giovanile è un’emergenza globale.

Il volume di Peter Vogel Generation jobless? Turning the youth unemployment crisis into opportunity offre utili consigli ed esempi di best practice per cercare di evitare il pericolo di una generazione senza lavoro. Non propone ricette univoche, ma suggerisce di trasformare le difficoltà in opportunità, dirigendo i giovani a creare essi stessi con fiducioso spirito imprenditoriale il proprio lavoro, utilizzando lo slogan caro a Mark Twain «explore, dream and discover».

Crisi economica e caduta dell’offerta di posti di lavoro hanno coinciso con i cambiamenti strutturali nel modo di vivere e di lavorare; il web, ad esempio, ha rivoluzionato la maniera di relazionarsi e di porsi sul mercato occupazionale con fortissime implicazioni anche per la comunicazione intergenerazionale e per la collaborazione nei posti di lavoro. Basti pensare ai siti di e-commerce, ai servizi e-mail, ai social network e ai messaging service, che hanno operato da spartiacque tra la gioventù nata nell’ultimo ventennio, i cosiddetti digital natives, e le generazioni precedenti – i digital immigrants – che si sono adattati web, senza viverlo però da pionieri.

Sono già alle porte nuove sfide tecnologiche (come la stampa 3D), destinate a complicare ancora di più i rapporti aziendali tra gruppi di lavoratori molto eterogenei per fasce di età. Tra l’altro, davanti alla globalizzazione e alle crescenti correnti migratorie, aumenta la necessità di confrontarsi con differenti nazionalità, culture e linguaggi.

Mentre i posti di lavoro creati dalle nuove aziende si sono dimostrati meno volatili e meno esposti alla turbolenza della crisi economica rispetto a quelli più tradizionali, la forma occupazionale stessa si sta modificando e deve confrontarsi con realtà come job sharing, virtual team structures, flexible employment. È molto difficile ipotizzare il fabbisogno formativo che sarà richiesto nei prossimi quindici anni per fronteggiare la sfida di produrre nel mondo entro il 2030 almeno 470 milioni di nuovi posti di lavoro, richiesti dal previsto andamento demografico: come sottolinea l’Autore, sono richiesti leader visionari e grossi sforzi collettivi per disegnare tipologie di lavoro ancora oggi inesistenti, prevedendo l’utilizzo di tecnologie non ancora inventate, per risolvere problemi ancora del tutto sconosciuti. Sarà imprescindibile un migliore dialogo università/impresa con più opportunità di tirocini on the job e un maggiore coinvolgimento nei disegni curriculari per ridurre lo scollamento tra le competenze richieste e quelle disponibili.

Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non sanno imparare, dimenticare e apprendere nuovamente: in questo scenario, le istituzioni formative devono abbinare più efficacemente gli insegnamenti teorici allo sviluppo delle capacità trasversali, ed avviare con i policy maker le necessarie politiche di incoraggiamento alle iniziative imprenditoriali giovanili.

Maria Luisa Marino

 
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