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La terza missione dell’Università. Riconoscere apprendimenti esperienziali e certificare competenze degli adulti
Anna Serbati
 


Pensa MultiMedia Editore, Lecce 2014 
L’epoca contemporanea è stata definita come era della “complessità” (Edgar Morin), della post-modernità o della “modernità diffusa”(Arjun Appadurai), della “liquidità” (Zygmunt Bauman): un’epoca di crisi, travagliata dal relativismo e dallo scetticismo disincantato, ma proprio per questo potenzialmente ricca di opportunità.
In un simile contesto, il lifelong learning potrebbe essere una delle vie percorribili per acquisire le competenze necessarie per fronteggiare i mutamenti del mercato del lavoro. I lavoratori del prossimo decennio non potranno possedere già all’ingresso nel mercato quel set di competenze necessario per svolgere le professioni del futuro, molte delle quali, ad oggi, non ancora esistenti: tali considerazioni hanno implicazioni strategiche in area educativa e formativa, dalla formazione di base alla cosiddetta tertiary education, che non possono prescindere da una prospettiva lifelong. Una tematica accuratamente analizzata da Anna Serbati. 
Come sottolinea Luciano Galliani nella prefazione, negli ultimi vent’anni l’apprendimento permanente è diventato un principio ispiratore dei processi di riforma e degli indirizzi politici definiti a livello europeo ed è stato assunto anche come impegno dalle università europee con la European Universities’ Charter on Lifelong Learning (2008).
Il volume ripercorre le tappe dell’evoluzione del concetto di lifelong learning in chiave europea, concentrandosi in particolare sull’idea di competenza e sulla centralità della progettazione per competenze. Sono esaminate «teorie, modelli, pratiche di riconoscimento e certificazione delle competenze, nel dialogo, difficile ma ormai necessario, tra apprendimento avvenuto in contesti formali, non formali e informali».
L’autrice analizza il significativo pensiero di alcuni autori – John Dewey, Donald Schön, Jack Mezirow e David Kolb –, sottolineando in particolare il valore della riflessione affinché il sapere delle esperienze possa essere capitalizzato e divenire una risorsa per un agire competente in contesti diversificati.
Nel terzo capitolo Serbati prende in esame le pratiche di riconoscimento e certificazione già esistenti. Tra le best practices europee, sono distinte due direttrici di modelli (e di strumenti) per riconoscere e validare l’apprendimento esperienziale, il VAE (Validation des Acquis de l’Expérience) francese e l’APEL (Accreditation of Prior Experiential Learning) britannico.
Nell’ultima parte del volume è descritto un caso di applicazione empirica di un percorso di riconoscimento degli apprendimenti pregressi svoltosi presso l’Università di Padova, da cui si traggono alcuni suggerimenti per lo sviluppo di percorsi e servizi universitari dedicati al riconoscimento e all’accreditamento dei saperi ovunque acquisiti.
Secondo l’autrice si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, «dell’abbattimento delle barriere tra sapere teorico e sapere pratico e di contaminazione di apprendimenti e contesti». Molto interessante il modello di sintesi, presentato nelle ultime pagine del libro, delle dimensioni chiave del processo di riconoscimento e certificazione delle competenze, che si sviluppa nell’intreccio tra adulto e istituzione accademica in un continuum che va dall’apprendimento formale a quello non formale e informale.
Sul versante dell’apprendimento non formale e informale si collocano le dimensioni orientativa e didattico-formativa, mirate a favorire nell’adulto lo sviluppo dell’empowerment attraverso il riconoscimento delle proprie conoscenze, abilità e competenze e la centralità del lavoro introspettivo di presa di consapevolezza che ogni persona può compiere, in qualità di vera esperta della propria esperienza di vita.  Rintracciare, nella prospettiva di sviluppo della persona, connessioni tra i contesti formali, non formali e informali può rappresentare un’importante opportunità di valorizzazione del proprio sapere, di riappropriazione delle proprie competenze e risorse e di presa di decisioni più consapevoli e incisive per la propria vita formativa, professionale e personale.  L’apprendimento esperienziale si pone dunque come “quarto sapere” oltre il savoir (conoscenze), il savoir faire (abilità) e il savoir être (competenze).
L’apprendimento permanente e la certificazione delle competenze garantiscono anche il diritto di mobilità nazionale ed europea basato su titoli trasparenti e riconoscibili, rappresentando una sfida sempre più imprescindibile verso una maggiore apertura ad un’utenza accademica nuova e diversificata. 
Elena Benetti
(luglio 2016)
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