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Ritzen: “Da noi meglio che in Usa, ma la crisi ha aumentato il gap fra Nord e Sud Europa”
Unione Europea
 


Dopo sette anni, la crisi sembra esser stata superata nel 2015. Ma il lungo ciclo negativo ha avuto un impatto severo sulle università europee, rimarca Jo Ritzen, docente di Economia internazionale di scienza, Tecnologia e Istruzione superiore della Maastricht University dalle colonne della rivista International Higher Education, sia per la riduzione di spesa pubblica pro-capite e sia (molto meno) per i tagli agli aiuti per gli studenti (prestiti e donazioni). Per quanto gli effetti della crisi sulle università siano stati più contenuti in Europa che negli Stati Uniti, sottolinea, è probabile che "aumenti il divario fra atenei del Nord e del Sud Europa".

A parte la Gran Bretagna, i governi europei hanno a malapena concesso alle università di compensare la perdita di fondi pubblici aumentando le rette per gli studenti, benché diversi paesi - come la Danimarca, l'Olanda e la Svezia - abbiano introdotto rette universitarie a costi pieni per gli studenti extra-europei. Secondo i dati raccolti dalla European University Association su 22 Paesi e regioni, nel corso della crisi più della metà dei governi ha tagliato fondi per le università (compresi gli aiuti agli studenti), con i tagli maggiori in Grecia e Ungheria (più del 40%). Le università che fanno parte del gruppo di paesi che hanno dovuto cercare riparo sotto l'ombrello del Fondo europeo di emergenza (Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna) sono state duramente colpite in termini di finanziamenti per i costi diretti, aiuti agli studenti e ricerca.  

Secondo lo studioso "le università dell'Europa nord-occidentale, del centro ed est Europa sembrano esser state più resilienti di fronte alla crisi rispetto a quelle del sud Europa. C'è da aspettarsi un ulteriore aumento del gap esistente fra Nord e Sud Europa. Non esistono prove, o almeno non rilevanti al momento, che confermino che la crisi abbia incoraggiato l'innovazione nelle università europee, si tratti di contenuti in apprendimento, metodi didattici o ricerca".  

L'uguaglianza nell'accesso all'istruzione universitaria in Europa non ha sofferto, se valutata sui parametri della disponibilità di aiuti finanziari agli studenti, in confronto alla spesa pubblica totale per l'istruzione superiore. Durante la crisi, la maggior parte dei Paesi europei ha evitato si aumentare i costi privati diretti dell'istruzione superiore come strumento di compensazione ai tagli della spesa pubblica. La tradizione europea di garantire il diritto allo studio, con rette universitarie basse o del tutto gratuite ed ampie donazioni agli studenti, è aspramente criticata perché favorirebbe gli studenti più abbienti e della classe medio-alta (ovvero i rampolli della parte più benestante della popolazione, quelli per i quali è maggiormente probabile che frequentino l'università). Da questo punto di vista, per Ritzen "sarebbe più giusta l'alternativa di costi più alti per il privato e prestiti sociali (il sistema attualmente in vigore nel Regno Unito). Questa alternativa tuttavia non sembra essere la più adatta per le tradizioni politiche dell'Europa continentale".  

Nonostante tutto, chiosa l'autore, in confronto agli Stati Uniti l'Europa non se l'è cavata troppo male durante la crisi per quanto riguarda la tutela della parità di accesso. Gli Stati Uniti, con rette universitarie decisamente più alte, potrebbero aver perso il loro smalto nel saper promuovere la mobilità intergenerazionale attraverso l'istruzione superiore. É probabile che Oltreoceano in confronto all'Europa (a parità di aiuti agli studenti in rapporto al PIL), la crisi abbia reso più difficile frequentare l'università per i giovani del ceto medio o economicamente più svantaggiati.



Manuela Borraccino
(12 ottobre 2016)
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