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Le migrazioni qualificate in Italia - Ricerche, statistiche, prospettive
Benedetto Coccia e Franco Pittau (a cura di)
 


Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e Centro Studi e Ricerche IDOS, Edizioni IDOS, Roma 2016, pp. 208, 6 euro
Il focus di questo nuovo studio sono le migrazioni qualificate in Italia, considerando i flussi sia in uscita che in entrata, di cui sono sempre più protagonisti giovani e adulti con un livello di istruzione superiore.  Secondo l’Istat, a inizio 2015 sono rimpatriati 30.052 italiani, mentre 102.259 connazionali hanno spostato la propria residenza all’estero; la metà degli espatriati risulta costituita da laureati e diplomati. Questo evidenzia l’emergere di consistenti migrazioni qualificate in uscita in uno scenario finora caratterizzato dall’aumento dell’immigrazione. Secondo il rapporto, «i giovani lasciano l’Italia non solo per l’insoddisfacente andamento occupazionale ma anche perché sono cresciuti in un mondo globalizzato e sono interessati a valorizzare le proprie capacità dove vi sono maggiori opportunità».
All’interno dell’aumento delle migrazioni internazionali (arrivate a circa 240 milioni nel 2015) aumentano anche quelle di giovani con una formazione superiore, in particolare terziaria. «Il tasso di emigrazione degli altamente qualificati è più elevato nei paesi a basso reddito (l’Africa si colloca al primo posto), mentre tra le aree di destinazione quelle che esercitano una maggiore attrazione di lavoratori altamente qualificati sono il Nord America e l’Europa, con la preminenza degli Stati Uniti e del Regno Unito. Tuttavia, risulta elevata anche la quota di laureati che parte dai paesi più sviluppati (Italia compresa). È notevolmente aumentato anche il numero degli studenti che frequentano le università al di fuori del proprio paese: dagli 0,8 milioni nel 1975 si è passati ai 5 milioni nel 2014 (secondo la stima Ocse). Di essi più della metà proviene dall’Asia (con la Cina e l’India ai primi posti), e oltre la metà si reca in Australia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti e Regno Unito. Secondo i dati Eurostat 2013, gli Stati membri dell’UE che contano un numero maggiore di studenti internazionali sono: Regno Unito (416.693, di cui il 64,7% da paesi extraeuropei), Francia (228.639), Germania (196.619), Italia (82.589), Austria (70.852), Paesi Bassi (68.943), Spagna (56.315), Belgio (48.748), Svizzera (47.142) e Repubblica Ceca (40.138). L’incidenza percentuale più elevata di questi studenti sul totale degli iscritti nei paesi di accoglienza si riscontra nel Regno Unito (17,5%), ma a questo valore (quattro volte superiore a quello italiano) si avvicinano anche l’Austria e la Svizzera con il 16,8%».
Anche l’Italia sta conoscendo una crescente internazionalizzazione. I giovani spostatisi temporaneamente con il programma Erasmus nell’a.a. 2014-15 sono 30.875 (24.475 per studio e 6.400 per tirocinio): primo paese di destinazione è la Spagna. Gli studenti italiani si trasferiscono anche per frequentare all’estero il normale corso di laurea (82.450 nel 2013, inclusi però anche i figli degli immigrati residenti in loco) e il primo paese per iscrizioni è il Regno Unito. Nell’a.a. 2014-15 gli stranieri iscritti alle università italiane sono 70.339 (il 4,3% di 1.652.592 iscritti complessivi), oltre a 10.290 iscritti all’Alta Formazione Artistica e Musicale (su 86.872 totali) e 11.101 (dato dell’a.a. 2013-1414) alla formazione post-laurea (su 137.939). Gli iscritti ai dottorati di ricerca sono 4.262 (12,7% di 33.567 iscritti complessivi), quelli ai master di I livello 2.824 (11,5% di 24.657), quelli ai master di II livello 1.749 (11,5% su un totale di 15.258), oltre ai 1.561 iscritti a corsi di perfezionamento e 706 a scuole di specializzazione. In Italia si tratta in totale di 91.730 cittadini internazionali, che superano la soglia dei 100mila se si tiene conto anche dei 22.152 studenti venuti in Italia con Erasmus e degli iscritti alle facoltà pontificie a Roma. Quindi la presenza nelle università italiane resta così caratterizzata: 1 studente internazionale ogni 23 iscritti (15 anni prima erano 1 ogni 60) e 1 ogni 28 laureati (15 anni prima erano 1 ogni 100).
Tra il 1996 e il 2000, l’Italia ha perso più di 27mila laureati, in media 3.200 all’anno nel quinquennio, arrivando alle 102.219 unità nel 2015. Secondo il rapporto, in 14 anni (2002-2015) 202mila diplomati e 145mila laureati hanno lasciato l’Italia, non compensati dagli italiani che hanno preso la via del ritorno. Tuttavia, l’aumento dei diplomati e dei laureati intervenuto presso la popolazione straniera residente in Italia ha abbondantemente coperto queste perdite.  Nel 2005, secondo l’Ocse, i laureati italiani residenti all’estero sono risultati 294.767, con le maggiori presenze, a livello europeo, in Francia, Regno Unito e Svizzera e, oltreoceano, negli Usa e in Australia. Se a questo numero si aggiungono gli oltre 127mila laureati italiani recatisi all’estero a partire da tale anno, la presenza nel 2015, tenuto conto della scarsa incidenza dei rimpatri, dovrebbe aggirarsi intorno allae 400mila unità (incidenza di poco superiore all’8% sull’intera popolazione italiana residente all’estero).
Secondo i dati del Censimento del 2011, a un forte aumento della popolazione straniera residente in Italia, corrisponde un aumento dei laureati: 390.108 (incidenza del 10,7%), aumentati di 243.163 unità (+165,3%). Nel 2014, secondo la Rilevazione Continua dell’Istat sulle Forze Lavoro, «la popolazione straniera residente con 15 anni e più conta il 39,7% di diplomati e il 10,3% di laureati (poco meno di mezzo milione, senza includere i laureati stranieri diventati nel frattempo cittadini italiani e i soggiornanti stranieri non ancora registrati come residenti), per cui si può dire che questa presenza compensa il flusso dei laureati italiani intervenuto verso l’estero (se non fosse che resta scarsamente valorizzata)».
«Da diverse indagini risulta che i titolari di una laurea trovano più facilmente occupazione. La Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro dell’Istat evidenzia che, nel 2014, tra gli occupati la quota di persone con titolo universitario è in media del 20,4% (8,8 punti percentuali più alta rispetto al campione più ampio che include gli occupati, i disoccupati e gli inattivi). Questa possibilità riguarda specialmente gli italiani (21,3%) e di meno gli stranieri (11,8%), notoriamente convogliati verso occupazioni meno prestigiose. Nonostante la funzionalità del titolo, in Italia la quota di laureati è comparativamente più bassa che in altri paesi dove, d’altra parte, questi risultano maggiormente valorizzati». In Italia la spesa per l’educazione terziaria (universitaria e post-universitaria) raggiunge solo lo 0,3% rispetto allo 0,8% della media UE e allo 0,9% della Germania.  Inoltre, il livello italiano di istruzione terziaria nella fascia di età 30-34 anni è tra i più bassi: 23,9% nel 2014 (ma solo del 19,7% del Sud) rispetto a una media UE del 37,9%. «Allo svantaggio italiano di 8 punti per quanto riguarda l’incidenza delle lauree triennali (media Ocse 36%), fa da contrappeso la maggior incidenza delle lauree magistrali (20% vs 17% della media Ocse)».
Infine un dato positivo: anche in Italia assistiamo al «superamento del divario fra maschi e femmine per quanto riguarda il conseguimento di una laurea (tra i nuovi laureati le donne sono il 59%) e i titolari di un primo dottorato (52% in Italia contro una media Ocse del 47% per il primo dottorato). Inoltre, le donne che conseguono una laurea nelle discipline scientifiche sono più numerose rispetto agli altri paesi Ocse».
Secondo l’Istat (2013), i ricercatori italiani impegnati in attività di Ricerca e Sviluppo (4 ogni 1.000 abitanti) sono 246.764, il 2,7% in più rispetto al 2012. Un altro dato non positivo è il fatto che solo 1 manager su 4 abbia una laurea, contro il 54% della media europea e il 68% della Francia: una condizione che non favorisce l’innovazione.
La ricerca conclude che «in Italia l’immigrazione, insieme ad altri fattori (istruzione, ricerca, sviluppo), contribuisce a non abbassare il capitale culturale del paese e conferisce uno spessore concreto a quella che viene definita “la circolazione dei cervelli” (che pure restano poco valorizzati). In presenza di uscite e di ingressi di lavoratori con un livello di istruzione superiore sarebbe più corretto parlare di reciproco arricchimento, valutandone l’impatto nel medio e nel lungo termine». Per quanto concerne la tendenza dei laureati italiani a trasferirsi all’estero, questa dovrebbe potersi basare maggiormente su una libera scelta. «Diventa perciò indispensabile la corretta comprensione delle ragioni che spingono a emigrare: mancanza di un’occupazione o di un’occupazione confacente alla formazione ricevuta, non rispetto della meritocrazia e ristrette possibilità di avanzamento, forme contrattuali precarie, scarso sostegno ai progetti di ricerca, penuria dei servizi necessari, mancato collegamento tra l’università e il mondo produttivo, interesse al completamento della propria formazione con un’esperienza estera. Il problema del Sistema-Italia non consiste tanto nella mancanza di personale con un’istruzione superiore, quanto nell’incapacità di utilizzarlo in maniera adeguata, così da contenere la partenza dei talenti italiani e da inserire con maggiore apertura i talenti esteri. In tale prospettiva, non verrà meno il flusso di italiani che si recheranno all’estero, ma si determinerà una positiva circolazione di personale qualificato».
Luca Cappelletti
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