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Indagine ADI: sfruttare le ampie potenzialità occupazionali del dottorato
Corsi di studio
 


Settemila posti in meno rispetto a dieci anni fa, sempre meno borse di studio per frequentare i corsi e incompatibilità assoluta con una qualsiasi posizione lavorativa. Sono questi i principali risultati della VI Indagine Annuale su Dottorato di Ricerca e Post-Doc, realizzata dall'ADI - Associazione Dottorandi e dottori di ricerca Italiani, presentata alla Camera dei Deputati a inizio ottobre 2016.

L'indagine, che ha preso a campione i bandi di dottorato di 65 università statali, 5 scuole superiori di alta formazione e 10 università non statali, vuole offrire un quadro generale sul terzo ciclo di studi universitari. In dieci anni i posti messi a concorso sono scesi del 44,5% (dai 15.733 del 2006 agli 8.737 del 2016); a ciò va collegato un dato che ormai si presenta con costanza in tutte le indagini statistiche, ovvero che mentre nelle università del Nord i posti di dottorato aumentano (+5,5 in dieci anni), al Sud il trend è inverso (-6%). I dieci atenei che bandiscono più posti di dottorato, il 42% di tutta l'offerta italiana in questo ciclo, sono al Nord (tranne la Sapienza a Roma e la "Federico II" di Napoli).  

L'ADI riconosce la particolarità della presenza di più figure all'interno del terzo ciclo: dai dottorandi borsisti a quelli non borsisti, dai dottorati in apprendistato di alta formazione ai recenti dottorati industriali, ancora poco sviluppati. Le borse di studio non coprono le necessità di tutte queste tipologie e, così facendo, il dottorato di ricerca appare come realtà di una formazione universitaria possibile, ma difficilmente realizzabile per chi non ha risorse economiche sufficienti. A ciò si aggiunge il fatto che permane un'incompatibilità assoluta tra gli studi di dottorato e l'attività lavorativa, per cui i "non borsisti" hanno il peso grave di dover pagare i propri studi senza poter esercitare una professione lavorativa a tale scopo.  

Sulle prospettive di lavoro per i dottori di ricerca una volta usciti dall'università, la situazione sembra piuttosto critica. L'indagine ADI evidenzia come, a fronte di un pensionamento di 1.500 tra ricercatori e docenti universitari nei prossimi anni, è stato previsto a livello ministeriale l'inserimento annuo di meno di 1.000 ricercatori (D.M. 78/2016). Nonostante l'Isfol, nel 2014, abbia pubblicato un dossier sull'occupazione e la mobilità dei dottori di ricerca che rivelava percentuali di occupazione alte, secondo una recente indagine pubblicata sul sito lavoce.info gran parte dei dottori di ricerca svolge funzioni per cui il titolo di dottorato non è requisito indispensabile.  

Nonostante i problemi evidenziati, il dottorato di ricerca è uno strumento dalle ampie potenzialità. Introdotto nel 1980 per aiutare chi intendeva intraprendere la carriera accademica, è oggi diventato un elemento di formazione per dare la possibilità ai ricercatori di spendersi anche nel mondo extra-universitario. Per gli autori dell'articolo sul portale lavoce.info sembra importante riqualificare l'offerta formativa dei dottorati di ricerca in modo da renderla in linea con le necessità del mondo del lavoro, pubblico e privato; e intervenire sulle procedure di reclutamento dei dottori di ricerca nel mondo accademico e negli enti pubblici di ricerca.




Danilo Gentilozzi
(15 novembre 2016)
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