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segnalato da Freeonline.it
Missing out – Refugee education in crisis
UNHCR
 


2016
Nel 1992, tre anni dopo la partenza delle truppe sovietiche da Kabul, Aqeela Asifi lasciò la capitale afgana per rifugiarsi nel villaggio di Kot Chandana, nella provincia pachistana del Punjab dove, a distanza di quasi un quarto di secolo, vive ancora oggi. Maestra elementare, rimase colpita dall’analfabetismo femminile e cominciò ad andare porta a porta per convincere i genitori a mandare le bambine a scuola. «Quando ho creato la mia prima classe in una tenda non ero molto ottimista sulla riuscita della mia missione. Ma se mi guardo indietro sento di aver ottenuto molto di più di quanto avessi previsto» spiega ai funzionari dell’Alto Commissariato Onu sui rifugiati, che l’hanno intervistata in qualità di vincitrice del Premio Nansen del 2015 (conferito ogni anno dall’Onu a chi si è distinto per i servizi ai rifugiati) per il Rapporto sulla crisi dell’istruzione per i rifugiati.
La storia della maestra che ha cambiato la vita di più di mille ragazze di origine afgana tra i 6 e i 16 anni negli ultimi vent’anni è emblematica dell’impatto dell’istruzione sui rifugiati, e di come l’effetto potenziante dell’istruzione si rifletta sulle generazioni future se ad andare a scuola è una bambina, che a sua volta tenderà a lavorare e ad assicurare ai propri figli un livello di scolarizzazione pari o superiore al proprio. «Quando hai istruito una madre, hai istruito le generazioni future» sottolinea la Asifi, ricordando che in Pakistan ben 25 milioni di bambini non vanno a scuola, e che è il secondo paese al mondo per numero di rifugiati: fra di loro, il 75% di chi ha fra i 6 e i 16 anni è fuori dalla scuola.
Il Rapporto dell’ONU fotografa le conseguenze devastanti sui minori costretti a lasciare la propria terra, con una durata media dell’esilio che è di vent’anni: la guerra civile in Siria e in Somalia, le crisi in Iraq, Afghanistan, il narcotraffico in Colombia e in America Centrale hanno fatto sì che nel 2016 risultino 65,3 milioni le persone costrette a rifugiarsi all’estero per sopravvivere rispetto ai 38 milioni di dieci anni fa. Tra questi, solo la metà dei bambini frequenta le elementari, un quarto le superiori e appena l’1% dei giovani rifugiati riesce ad accedere alle università (secondo i dati dell’Unesco, il 34% dei giovani fra i 18 e i 25 anni nel mondo studia all’università). L’Alto Commissariato Onu da solo assiste 16,1 milioni di rifugiati, fra i quali più della metà sono bambini e sei milioni in età scolare.
Basti pensare alla Siria: nel 2009 il 94% dei bambini siriani frequentava le elementari e le superiori; nel giugno 2016, secondo i dati del rapporto, solo il 60% si trovava in un percorso scolastico, con più di 2 milioni di minori fuori dalla scuola. Dei 4 milioni e 800.000 rifugiati siriani che l’UNHCR ha registrato nei Paesi vicini, il 35% è in età scolare: solo in Libano, risultano 380.000 i minori di età compresa fra i 5 e i 17 anni ed appena il 40% è inserito nel percorso scolastico di elementari, medie e superiori.
Corredato da cifre e decine di interviste a chi ha avuto la fortuna di aver accesso all’istruzione, il Rapporto dimostra quanto sia necessario un approccio strategico e di lungo termine per far fronte all’emergenza dell’immigrazione causata da guerre e persecuzioni. Necessità dell’inclusione da parte dei paesi ospitanti all’interno del sistema di istruzione nazionale, fondi governativi per assicurare l’istruzione ai rifugiati in modo da favorire integrazione e inserimento sociale e lavorativo, donazioni da parte di aziende e singoli individui che rendano sostenibile il piano di istruzione: l’educazione è un investimento sul futuro, ribadisce il Rapporto, e non solo per i beneficiari.

Manuela Borraccino
(dicembre 2016)
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