Rivista Universitaswww.rivistauniversitas.it5it-itRSS Generated by Antidote<![CDATA[Un hub della ricerca al servizio della collettività]]>http://www.rivistauniversitas.it/Articoli.aspx?IDC=391523/01/2017 Sulla mission di Human Technopole, l’infrastruttura scientifica e di ricerca di interesse nazionale – lavorerà con un approccio multidisciplinare e integrato su temi quali le scienze della vita, la salute, l’invecchiamento, la nutrizione, i big data e le nanotecnologie – che sorgerà a Milano nell’ex-area Expo1, Stefano Paleari, classe 1965, ha le idee molto chiare. Il perimetro del suo mandato, definito nel decreto dell’ex-premier Renzi del 16 settembre 2016 – che ha istituito il Comitato di Coordinamento di Human Technopole e nominato presidente Paleari –, richiede azioni incisive e non ammette ritardi, perché il Governo ha dato 24 mesi e «dobbiamo lavorare per avere la Fondazione operativa già dal primo gennaio 2018».
A Universitas il prof. Paleari – già rettore dell’Università di Bergamo e presidente della Crui – ha spiegato lo stato dell’arte del progetto HT, ovvero «che cosa è stato fatto dalla riunione di insediamento e cosa si farà nel prossimo futuro».
 
Presidente, quando si è insediato il Comitato?
Il 29 novembre scorso si è insediato il Comitato di Coordinamento di Human Technopole, con il compito di coordinare e gestire la struttura del progetto scientifico e di ricerca, dopo l’approvazione del progetto esecutivo, con decreto del presidente del Consiglio, il 16 settembre 2016. Durante la riunione, su proposta del Governo, sono stato nominato Coordinatore.
 
Dove si è svolta la riunione?
A Palazzo Chigi, in occasione dell’insediamento. Le prossime riunioni, già programmate, si svolgeranno altrove.
 
Roma o Milano?
Ho già convocato una riunione del Comitato (che è composto da 12 componenti) il 6 febbraio a Milano. In quell’occasione saremo ospitati a Palazzo Lombardia. Il primo passo consisterà nell’approvare la Struttura di Progetto proposta da IIT e nel formare gruppi di lavoro interni al Comitato, operativi e con precisi obiettivi, che saranno aperti anche ad esterni. Una seconda riunione si svolgerà a giugno ma potremo riunirci anche prima.
 
Come ricercherete le competenze esterne?
Di volta in volta, quando si evidenzieranno delle necessità, saranno pubblicizzate specifiche richieste di competenze. Nella fase di avvio della struttura, prevale la richiesta di competenze di natura amministrativa e logistica, per compiere i passi previsti per legge sul progetto.
 
Quali sono gli aspetti salienti contenuti per HT nella Legge di stabilità?
Vorrei sottolineare tre aspetti particolarmente importanti, contenuti nella Legge di stabilità (Legge 11 dicembre 2016, n. 232, ndr) che rappresentano il contesto nel quale il Comitato opererà: 1) la personalità giuridica: la legge stabilisce che è istituita una Fondazione per la creazione dell’infrastruttura di ricerca multidisciplinare e per la realizzazione del progetto Human Technopole, di cui sono membri fondatori il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Miur e il Ministero della Salute, ai quali è attribuita la vigilanza; 2) lo Statuto: il Comitato di Coordinamento deve predisporre lo Statuto della Fondazione che sarà sottoposto al Governo affinché, su proposta dei tre Ministeri fondatori e dopo le opportune verifiche, sia approvato con decreto del Presidente del Consiglio; 3) i fondi: per la costituzione della Fondazione e per la realizzazione del progetto Human Technopole sono previsti finanziamenti crescenti ovvero 10 milioni di euro per il 2017; 114,3 milioni di euro per il 2018; 136,5 milioni di euro per il 2019; 112,1 milioni di euro per il 2020; 122,1 milioni di euro per il 2021; 133, milioni di euro per il 2022 e 140,3 milioni di euro a decorrere dal 2023. Sottolineo che quest’ultimo finanziamento è sine die.
 
Quali saranno i prossimi passi del Comitato?
Una volta definito il programma delle attività, lo step successivo sarà la selezione del direttore generale –  attraverso una call internazionale che delibereremo il 6 febbraio – e la costruzione della struttura amministrativa, tecnica e di ricerca, che a regime occuperà 1.500 persone. Dovremo avviare anche i bandi internazionali per la selezione dei sette direttori dei centri del polo – Medical Genomics, Neurogenomics, Agri-Food and Nutrition Genomics, Data Science, Computational Life Sciences, Analysis, Decision and Society, Nano Science and Technology.
 
Una volta definito il programma delle attività, Lei di che cosa si occuperà?
Inizierò una fase di ascolto con tutti i soggetti che possano contribuire a dare un apporto di conoscenze e di idee per il successo di questo progetto. Dobbiamo lavorare bene per arrivare il 1° gennaio 2018 a consegnare a chi verrà dopo di noi il primo risultato tangibile di una sfida che contribuirà a far diventare Milano una città metropolitana ancora più attrattiva e competitiva al pari di tante realtà internazionali. Lavorerò affinché Human Technopole sia percepito ovunque, sia in Italia che all’estero, come un progetto italiano, non soltanto di Milano, un hub delle eccellenze nella ricerca biomedica d’avanguardia che valorizzi anche l’esistente, che sia capace di esprimere tutti quei valori – ricerca per la salute dell’uomo, cura della persona, sostenibilità, inclusione – che mettono in relazione la scienza con la vita delle persone e la loro migliore qualità della vita. Per fare questo ci ispireremo anche ai migliori modelli internazionali esistenti.
 
Un’ultima domanda. Dove avrà gli uffici la Fondazione?
Una possibilità nella fase iniziale è l’edificio di Cascina Triulza, nell’ex-area Expo. Anche su questo decideremo presto.
 
Fabrizia Sernia
(gennaio 2017)


1 Cfr. Universitas n. 136 dedicato a Expo Milano 2015.
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<![CDATA[Una rete di professionisti globali per l'internazionalizzazione dell'istruzione superiore]]>http://www.rivistauniversitas.it/Articoli.aspx?IDC=391730/01/2017
Che cosa significa l’internazionalizzazione per l’istruzione superiore? E in che modo influisce sul lavoro degli student affairs and services? L’obiettivo del volume Supporting Students Globally in Higher Education – Trends and Perspectives for Student Affairs and Services a cura di  Osfield K. J., Perozzi B., Bardill Moscaritolo L., Shea R. (Naspa, Washington DC 2016) è diffondere tra i professionisti del settore tutte le informazioni che possono semplificare il loro lavoro, affinché siano in grado di fornire agli studenti il miglior servizio possibile. Inoltre, viene sottolineata l’importanza di queste figure professionali nell’ambiente universitario, specie con riferimento all’internazionalizzazione e all’inclusione. Ovviamente il libro non può contenere tutte le risposte, ma si muove in un orizzonte abbastanza ampio da dare una panoramica di quello che era, quello che è e quello che potrebbe diventare il contesto di student affairs and services.

Il libro è suddiviso in tre parti: An interconnected and interdependent world; Helping ourselves to help our students succeed globally; Responsible global interaction. Due utili appendici completano il testo, fornendo un elenco delle associazioni di student affairs and services.

L’idea del libro è nata nel 2015, durante il convegno annuale di Naspa (Student Affairs Administrators in Higher Education). Il titolo dà subito l’idea di una visione internazionalizzata dell’istruzione superiore, tema sul quale si confrontano i numerosi contributors. Ma grande rilievo ha pure la valorizzazione delle soft skills, ovvero quelle competenze trasversali che cambiano la persona.

Il volume spiega anche la genesi e gli obiettivi del Global Summit, istituito nel 2011 da Naspa e Iasas (International Association of Student Affairs and Services, di cui è membro fondatore EucA, European University College Association): non un convegno nel senso tradizionale del termine, ma un vero e proprio luogo di scambio e di discussione aperta.

L’aumento di iscritti ai corsi universitari in tutto il mondo pone nuove sfide a quanti si occupano di student affairs and services, soprattutto perché sta crescendo costantemente il numero degli studenti internazionali. Gli student affairs professionals svolgono quindi un preziosissimo ruolo di collegamento tra persone diverse per estrazione e cultura. Questi professionisti, presenti negli atenei statunitensi, da noi sono ancora sconosciuti e uno dei meriti del volume è proprio quello di far capire quanto sia importante e complesso il lavoro che svolgono. Oltre a curare aspetti strettamente logistici, sono in qualche modo degli “angeli custodi” che seguono la crescita personale dello studente in tutto il suo percorso stimolandone la formazione dello spirito critico, del senso di cittadinanza e di giustizia sociale, della comprensione delle diversità.

Un lavoro strategico, quindi, che concorre a formare cittadini consapevoli per la società democratica di domani.
 
Isabella Ceccarini
(gennaio 2017)
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<![CDATA[Osservatore e interprete delle realtà del Novecento]]>http://www.rivistauniversitas.it/Articoli.aspx?IDC=391418/01/2017
Il 9 gennaio è morto a Leeds il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman (era nato a Poznan il 19 novembre 1925). Novantuno anni vissuti intensamente fino alla fine, con lucidità e capacità di analisi che avrebbero fatto invidia a un trentenne. La sua grande popolarità era dovuta anche all’abilità di parlare in modo semplice, ma non superficiale, alla gente comune.

Bauman è stato testimone delle crisi, delle tragedie e dei cambiamenti che hanno attraversato il Novecento. Si è servito di metafore efficaci – come la “società liquida” o le “vite di scarto” – per rappresentare la solitudine dell’uomo in un mondo globalizzato dove il presente, dominato dalla cecità morale, sembra farsi sempre più oscuro: la dissoluzione delle comunità e delle relazioni umane continua a minare le nostre certezze, e il concetto di “rifiuti” viene applicato anche agli essere umani.

Facendo un confronto tra il periodo della guerra e quello attuale, il sociologo rilevava un differenza sostanziale: allora c’era la speranza di uscire dal tunnel, oggi l’insicurezza sembra non avere fine. Eppure, sebbene constatasse la dissoluzione delle relazioni e la rincorsa di piaceri effimeri, Bauman non era pessimista: il raggiungimento di un nuovo equilibrio avrebbe richiesto molti anni, ma i giovani avrebbero potuto affrontare con successo la sfida di un cambiamento. Un’esortazione ad affrontare realtà complesse ritrovando il senso di condivisione.

Bauman si era soffermato anche sui cambiamenti e sulle innovazioni delle istituzioni formative: «la crisi dell’era postmoderna ha indebolito la centralità istituzionale del sapere e dei suoi rappresentanti», come citato nell’articolo pubblicato in Universitas 130 alle pp. 57-60.
 
Isabella Ceccarini
(gennaio 2017)
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<![CDATA[Ricerca L'Oréal su giovani e occupazione: aumenta la voglia di andare all'estero]]>http://www.rivistauniversitas.it/Articoli.aspx?IDC=391115/12/2016
Gli universitari guardano al mondo del lavoro - Scelte e aspettative dei giovani italiani è la ricerca che Eumetra Monterosa svolge ormai da tre anni per L’Oréal Italia. Un osservatorio da cui si possono analizzare i dati relativi al passaggio dall’università al mondo lavoro. I temi centrali dell’indagine 2016 sono internazionalizzazione, alternanza formazione-lavoro, stage.

Anche quest’anno, la presenza di rappresentanti degli atenei è stata importante, a significare il coinvolgimento sempre più profondo del mondo accademico. Alla tavola rotonda di presentazione dei risultati della ricerca (svoltasi a Milano) hanno partecipato Cristina Scocchia, presidente e amministratore delegato di L’Oréal Italia; Luca Nascimben, direttore HR CPD L’Oréal Italia; Cristina Messa, rettore dell’Università di Milano-Bicocca; Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano; Stefano Caselli, prorettore all’internazionalizzazione dell’Università Bocconi di Milano; Giuseppe De Luca, prorettore alla didattica dell’Università di Milano; Luciano Mannheimer, di Eumetra Monterosa.

Tra i dati messi in evidenza dalla ricerca ci sono una marcata competitività e un orizzonte che sempre più oltrepassa i confini nazionali. È infatti in crescita rispetto alla rilevazione 2015 (29%) l’intenzione di fare un’esperienza all’estero (33%); contemporaneamente, cala il numero di coloro che non hanno fatto né desiderano fare tale esperienza (49% contro il 60% rilevato nel 2014).

Il tasso di soddisfazione rimane alto, confermando che l’uscita dal proprio paese ha sempre un valore positivo. I dati 2016 ci dicono che l’esperienza di studio è valutata positivamente dal 51% degli intervistati e molto positivamente dal 35%; l’esperienza di lavoro riscuote rispettivamente 51% e 27%.

Per quanto riguarda le opportunità di inserimento nel mercato del lavoro, i dati sono schiaccianti: l’84% ritiene che siano maggiori all’estero che in Italia. Le cause sono purtroppo “le solite note”: maggiore valore al merito, mercato del lavoro più aperto e flessibile, sistema formativo che offre una preparazione più adatta alle richieste del mercato. La classifica dei paesi più appealing vede in testa la Germania che riscuote un 42% di preferenze, seguita dagli Stati Uniti (29%) e a breve distanza il Regno Unito (27%). Si stanno affacciando nella top ten anche i Paesi del nord Europa come Danimarca e Svezia che si aggiudicano rispettivamente il 14 e l’11%.

Se i giovani sono intenzionati a cercare lavoro soprattutto all’estero (60%), il loro biglietto rimane aperto e non escludono il viaggio di ritorno: a patto, però, di trovare un lavoro stimolante (59%), uno stipendio più alto (48%) o un posto di prestigio (48%). Solo il 26% sarebbe risposto a rientrare in Italia se trovasse un’azienda più interessante. È significativo il fatto che l’esperienza all’estero sia vissuta dalla quasi totalità degli intervistati (92%) come un’opportunità/scelta di vita, e non come un percorso obbligato in tempi di crisi.

Nonostante quello che si potrebbe pensare, l’ottimismo è incrollabile: l’81% degli intervistati crede che lavorerà, convinzione che arriva al 93% tra gli studenti all’estero. Rimane ad alto livello anche la fiducia in un lavoro etico, soddisfacente e coerente con gli studi svolti.

Ma qual è il lavoro preferito dai giovani? Se quello in azienda continua a riscuotere grandi consensi, è in crescita anche la libera professione (in tempi di crisi è più facile forgiare da soli il proprio futuro?). Tra le caratteristiche del lavoro, al primo posto rimane la preferenza per un lavoro interessante e appagante, ma sono in crescita anche il desiderio di fare carriera e di avere uno stipendio adeguato.

In questo quadro di generale mobilità, come si colloca lo stage? In Italia lo ha fatto il 42% degli studenti, quasi sempre entro i confini nazionali (94%) e di breve durata (fino a 2 mesi per il 50% degli intervistati). La spinta è principalmente perché lo impone il percorso di studi, seguita dal desiderio di fare una prima esperienza di lavoro. Non stupisce quindi che il canale che aiuta di più nella ricerca dello stage sia proprio l’università, attraverso il proprio sito o grazie all’organizzazione di incontri con le aziende. I freni allo stage sono molti e non tanto di carattere economico, quanto perché ritenuta poco concreta la possibilità che ne derivi un lavoro. Tuttavia è considerato una buona occasione per imparare dagli altri, per acquisire competenze tecniche e imparare a lavorare in squadra e, nonostante tutto, l’indice di soddisfazione in chi l’ha fatto è alto (83%). Anche le attese nei confronti delle aziende sono alte: infatti i giovani si aspettano che l’azienda offra allo stagista un percorso di crescita, che favorisca maggiormente l’inserimento nell’azienda stessa (o almeno nel mercato del lavoro), e che offra una retribuzione migliore.


Isabella Ceccarini
(dicembre 2016)
 
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<![CDATA[Paolo Prodi, l’uomo del “futuro” dell’università italiana ]]>http://www.rivistauniversitas.it/Articoli.aspx?IDC=391222/12/2016Lo scorso 16 dicembre, a Bologna, è morto Paolo Prodi, professore emerito di Storia moderna nell'Università di Bologna, storico di fama internazionale, rettore dell'Università di Trento dal 1972 al 1977 e docente in varie università italiane. È stato tra i fondatori dell'Associazione di cultura e politica "Il Mulino" e dell'Istituto storico italo-germanico di Trento, nonché membro dell'Accademia austriaca delle Scienze e dell'Accademia Nazionale dei Lincei.

Universitas ha pubblicato nella sezione "Reviews" la recensione di uno dei suoi ultimi libri (Università dentro e fuori, Il Mulino, Bologna, 2013) e lo ha intervistato sul ruolo dell'università al servizio alla società contemporanea (L'Università ha un futuro?, in Universitas n. 133 - settembre 2014).   


Per leggere l'intervista, clicca qui.    



La Redazione
(22 dicembre 2016)
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<![CDATA[Università: approvato il nuovo decreto “Ava” che istituisce le lauree professionali]]>http://www.rivistauniversitas.it/Contenuti.aspx?IDC=391331/12/2016Il 12 dicembre scorso l'ex Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Stefania Giannini, ha firmato il decreto ministeriale 987/2016, Autovalutazione, valutazione, accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio universitari.

Il nuovo decreto "Ava" (che modifica molti passaggi del precedente Dm. 47/2013) fissa i criteri di accreditamento dei corsi di laurea e, tra le altre cose, istituisce in via sperimentale le cosiddette lauree professionali. Il via ai nuovi corsi di laurea è previsto a partire dall'anno accademico 2017/2018. Una prima sperimentazione su alcune classi di laurea riguarderà gli ordinamenti didattici già esistenti. I corsi saranno erogati a numero chiuso (saranno ammessi non più di 50 studenti per corso) e richiederanno il coinvolgimento di un congruo numero di tutor appartenenti alle aziende coinvolte nei percorsi formativi.

Allentando i vincoli di docenza riferiti ai cfu caratterizzanti (che non potranno scendere al di sotto del 50%), il decreto prevede l'incremento delle esperienze tirocinanti e delle attività professionalizzanti: "il progetto formativo è sviluppato mediante convenzioni con imprese qualificate, ovvero loro associazioni, o ordini professionali che assicurano la realizzazione di almeno 50 cfu e non più di 60 cfu in attività di tirocinio curriculare, anche con riferimento ad attività di base e caratterizzanti" (art. 8, comma 2, lett. a).

Il decreto stabilisce dettagliatamente i criteri che le università dovranno rispettare ai fini dell'accreditamento: ogni ateneo potrà proporre al massimo un corso di laurea per anno accademico. Entro un anno dalla laurea, almeno l'80% degli studenti dovrà possedere un impiego, pena il mancato accreditamento del corso per l'anno accademico 2021/2022.

Non nasconde la sua soddisfazione la Conferenza dei Rettori (Crui), che ha contribuito alla definizione dei nuovi percorsi formativi. Nella seduta del 21 dicembre scorso l'Assemblea della Crui ha espresso il proprio apprezzamento per l'avvio delle lauree professionali. "Si tratta di un passo nella giusta direzione" ha sottolineato Gaetano Manfredi, Presidente della Crui. "L'Università e il mondo del lavoro collaborano ormai da decenni per garantire lo sviluppo culturale economico e sociale del Paese. Gli studenti chiedono sempre più attività di tirocinio curriculare e occasioni di formazione meno teorica. Da ora in poi esiste un quadro di riferimento che fa sì che la collaborazione fra atenei e tessuto produttivo non sia demandata solo all'iniziativa dei singoli e al lavoro certosino sul territorio. Da ora in poi esistono parametri condivisi che aiuteranno anche studenti e famiglie nella scelta del corso di studi. Si tratta di una sperimentazione che andrà monitorata, analizzata e valutata con serietà e trasparenza".


Andrea Lombardinilo
(4 gennaio 2017)
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<![CDATA[ITWIIN 2016 premia l'invenzione e l'innovazione femminili]]>http://www.rivistauniversitas.it/Contenuti.aspx?IDC=390601/12/2016
Sono stati assegnati a Bologna i Premi e le Menzioni Speciali 2016 dell’Associazione Italiana Donne Inventrici e Innovatrici (ITWIIN).
La giuria che ha valutato le 23 candidate era composta da Rita Assogna, presidente ITWIIN e specialista di brevetti europei, e da esponenti del mondo dell’economia (Formica), della ricerca (Chatgilialoglu, Tartari, Torsi, Zamboni), dei materiali (Costi), dell’imprenditoria (Ducato) e degli incubatori di idee (Roggeri).
Il Premio conferisce il riconoscimento a risultati ottenuti in tutti i campi scientifici, ingegneristici, tecnici e tecnologici, con particolare riferimento a salute e life sciences, ICT, energia, ambiente, arte e artigianato, moda, design, formazione. Inoltre, particolare rilievo è attribuito all’area food, agro, bio e ambientale. Cinque le categorie previste: Migliore Inventrice, Migliore Innovatrice, Donna Eccezionalmente Creativa, Capacity Building, Alta Formazione.
Il Premio Invenzione è stato assegnato alle ricercatrici Annalisa Bonfiglio (bioingegnere dell’Università di Cagliari) e Beatrice Fraboni (fisica dei materiali, Università di Bologna): la loro collaborazione ha portato all’ideazione e allo sviluppo di una nuova generazione didispositivi elettronici flessibili, a bassa potenza di alimentazione (“wearable electronics”) aprendo la strada ad applicazioni nell’ambito “Internet of Things”.
Caterina Soldano (fisica e nanotecnologia, ETC srl spin-off del CNR di Bologna) si è aggiudicata il Premio Innovazione per lo sviluppo di materiali organici innovativi per elettronica applicabili a nuovi display.
Non di sola scienza vive ITWIIN: infatti Angela Bellia (archeomusicologa, Università Bologna & New York University) ha vinto il Premio Speciale Donna Eccezionalmente Creativa con il progetto All’incrocio tra Digital Humanities e Digital Heritage: applicazione della tecnologia 3D e della realtà virtuale alle scienze umane che può avere importanti ricadute nel campo della comunicazione del patrimonio culturale e musicale attraverso l’uso delle nuove tecnologie. Ovvero come proiettare nel futuro la cultura umanistica grazie all’utilizzo della tecnologia digitale e acustica.
A Cinzia Giannini è andato il Premio Speciale Capacity Building (primo ricercatore di Cristallografia nel CNR di Bari) con il progetto di un laboratorio di MicroImaging a raggi X per caratterizzare tessuti e materiali.
Il Premio Speciale Alta Formazione è stato assegnato a pari merito a Francesca Fallarino (docente di Farmacologia nell’Università di Perugia) e Rosaria Rinaldi (docente di Fisica della materia nell’Università del Salento). La prima ha dimostrato come i prodotti di cellule staminali isolate dal liquido amniotico siano potenti  molecole immunoregolatorie: una scoperta che è oggetto di un brevetto. La seconda, invece, ha presentato un progetto di ricerca su Dispositivi diagnostici per la nano medicina e nano-biofisica.
Il Premio ITWIIN prevede anche una sezione dedicata alle Menzioni speciali: Innovazione Aziendale a Laura Gori e Adele Nardulli (Trans-Edit Group srl) per coniugare il modello di business per avanzati sistemi di traduzione linguistica e sostenibilità aziendale con servizi aziendali per la sostenibilità del lavoro); Medicina & Solidarietà a May El Hachem (responsabile UOC dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma) per la dedizione alla cura e assistenza pazienti con una grave malattia dermatologica, epidermolisi bollosa; Italiane all’Estero a Eleonora Leucci (ricercatrice al Vesalius Research center di Leuven in Belgio) nel campo della ricerca medica, per la scoperta di una sequenza RNA che è presente solo nelle cellule del melanoma.
Per le Menzioni Aziende, Techinnova a Maria Pisano (biotecnologo industriale, fondatrice della start-up BioInnoTech) per la valorizzazione del siero di latte che è scarto inquinante dell’industria casearia e Material Connexion Italia a Manuela Ciocca (ingegnere medico, Università di Roma Tor Vergata, Polo Solare Organico della Regione Lazio-Chose) che realizza un dispositivo da inserire in protesi visive che riproduce con polimeri organici il sistema visivo della retina, premessa alla realizzazione di retina artificiale.
 
Isabella Ceccarini
(novembre 2016)
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<![CDATA[Rapporto Svimez 2016: un MIT del Mezzogiorno per contrastare l’impoverimento culturale del Sud Italia]]>http://www.rivistauniversitas.it/Contenuti.aspx?IDC=390430/11/2016«Il "MIT del Mezzogiorno" deve porsi l'obiettivo di "mettere a fattor comune" le eccellenze già presenti nelle Università del Sud e, al tempo stesso, dev'essere dotato di un'ampia autonomia rispetto ai soggetti che daranno ad esso vita. Un luogo che possa non solo "trattenere" i migliori talenti meridionali, ma anche "attrarne" di nuovi, per quella ricerca e innovazione che serva a rafforzare e trasformare il tessuto produttivo meridionale», si legge nell'ultimo Rapporto SVIMEZ 2016 sull'economia del Mezzogiorno, presentato a Roma a metà novembre.

Il trend degli ultimi anni prevede un continuo disinvestimento in capitale umano da parte delle Regioni del Sud. Se, da metà degli anni 2000, il calo delle immatricolazioni all'università ha coinvolto tutto il Paese, al Sud la riduzione nel numero di coloro che proseguono gli studi all'università è pari al 16,9% se si calcola la differenza tra il 2000 e il 2015. Il tasso di passaggio scuola-università è sceso di quasi venti punti percentuali (dal 73% del 2004 al 55% del 2015).  

Il Rapporto Svimez non fa altro che riportare i problemi della politica universitaria nazionale a livello territoriale. Se il Centro-Nord, nonostante tutto, riesce a superare alcune criticità strutturali, il Sud stenta a trovare una soluzione certa alle problematiche insorte negli ultimi anni. In particolare, il Rapporto si sofferma su due aspetti: il sostegno economico alle università (attraverso il fondo di finanziamento ordinario) e il diritto allo studio universitario.  

La ripartizione dell'FFO appare squilibrata dal punto di vista meramente territoriale: dal 2008 al 2015 il fondo è diminuito in totale del 19% e, in particolare, del 24% al Mezzogiorno (-21% al Centro e -14% al Nord). Sul diritto allo studio, oltre alla questione critica della percentuale di studenti che ricevono borse di studio (Italia 8%, Germania 25%, Spagna 27% e Francia 35%), il focus è sulla percentuale di studenti italiani idonei e beneficiari, suddivisi per zone territoriali: il 92% al Nord, l'89% al Centro e il 52% al Sud. 
 
Questa evidente "disparità di trattamento" (rimarcata anche nel volume di Gianfranco Viesti, Università in declino), ha spinto la Svimez a intraprendere un progetto per l'istituzione di un MIT del Mezzogiorno, «un "soggetto" d'alta formazione e ricerca, fortemente connesso sia con analoghe istituzioni presenti negli altri paesi, sia con il sistema produttivo - non solo locale -, che funga da traino per tutti gli Atenei meridionali, ponendosi come riferimento di eccellenza ed innovazione a livello nazionale e internazionale».  

Tale progetto, che porta a compimento un decennio di studi dell'associazione sul tema, rappresenterebbe una vetrina per docenti e ricercatori del Sud, nonché un modo per essere attrattivi nel panorama internazionale dell'istruzione terziaria e per contrastare le migrazioni qualificate, che spingono il Sud verso un preoccupante impoverimento demografico e culturale. 



Danilo Gentilozzi
(30 novembre 2016)
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<![CDATA[Le potenzialità dell’e-learning e le sfide per la modernizzazione delle università europee]]>http://www.rivistauniversitas.it/Contenuti.aspx?IDC=390015/11/2016Si è svolta a Roma, alla presenza del ministro dell'Università Stefania Giannini, "The Online, open and flexible Higher Education Conference". La conferenza, alla quale hanno partecipato più di 500 rettori, docenti e ricercatori in rappresentanza di oltre 100 università di una trentina di Paesi, oltre a decisori politici ed esperti universitari, è stata organizzata dall'EADTU - European Association of Distance Teaching Universities assieme all'Università Telematica Internazionale Uninettuno ed ha analizzato il profondo impatto delle tecnologie digitali applicate all'istruzione superiore.

Sono state esaminate: le dinamiche culturali rappresentative; le politiche nazionali e istituzionali avviate in campo pedagogico, che delineano nuovi scenari sia per gli studenti che per i docenti; le iniziative per il miglioramento della qualità dell'insegnamento contestualmente alle politiche per l'accesso aperto (OER - Open Educational Resources e MOOC - Massive Open Online Courses), che offrono agli studenti maggiore libertà nella scelta dei contenuti e delle istituzioni e rafforza il ruolo di tutoraggio svolto dai docenti; la modernizzazione dell'Agenda per le Università europee e il potenziale dell'e-learning per la formazione continua e l'aggiornamento delle figure professionali, richieste dal mercato del lavoro in continua evoluzione; la cooperazione euro-mediterranea, nonché l'inclusione sociale e le iniziative atte a favorire l'integrazione delle minoranze (rifugiati e migranti).

Sulla cooperazione euro-mediterranea, in particolare, un concreto esempio è "Università per i rifugiati - Istruzione senza confini", il portale telematico presentato in tale occasione da Uninettuno, che ha realizzato il primo strumento al mondo di e-learning in inglese, francese, italiano e arabo per consentire a rifugiati e immigrati di accedere all'Università da qualsiasi parte del mondo.  



Maria Luisa Marino
(15 novembre 2016)
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<![CDATA[Università: le riserve del Consiglio di Stato sulle cattedre Natta]]>http://www.rivistauniversitas.it/Contenuti.aspx?IDC=389614/11/2016Autonomia degli atenei a rischio. Questo è uno dei timori della comunità accademica, confermato anche dal Consiglio di Stato, in riferimento allo Schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, avente ad oggetto «Disciplina del Fondo per le cattedre universitarie del merito Giulio Natta» istituito ai sensi dell'art. 1, commi 207-212, della legge 28 dicembre 2015, n. 208. La questione nasce dalla istituzione di 500 cattedre universitarie intitolate al fisico Giulio Natta e rivolte ad esperti di elevato merito scientifico, in procinto di essere reclutati da commissioni nominate dal Governo, in deroga ai parametri valutativi introdotti dall'Anvur per il reclutamento di professori associati e ordinari.

Il Fondo per le cattedre "Giulio Natta" è stato istituito dalla Legge di stabilità 2016: «Al fine di accrescere l'attrattività e la competitività del sistema universitario italiano a livello internazionale, nel rispetto dell'autonomia degli atenei, nello stato di previsione del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca è istituito, in via sperimentale, per finanziare chiamate dirette di studiosi di elevato e riconosciuto merito scientifico [...] un fondo speciale denominato "Fondo per le cattedre universitarie del merito Giulio Natta", al quale sono assegnati 38 milioni di euro nell'anno 2016 e 75 milioni di euro a decorrere dall'anno 2017». (Art. 1, comma 207).  

I candidati alle cattedre Natta non saranno sottoposti alle consuete procedure di valutazione comparativa e, in particolare, non dovranno sottostare alla scure dell'Abilitazione scientifica nazionale. Un aspetto che non è sfuggito al Consiglio di Stato, che si è pronunciato nel merito con il parere n. 02303/2016 del 4 novembre 2016.  

I quattro rilievi fondamentali che i giudici amministrativi sottopongono all'attenzione del Governo riguardano il rispetto dell'autonomia, il carattere sperimentale e straordinario del reclutamento, lo status speciale del professore reclutato con il fondo Natta, il riordino dei settori concorsuali secondo le aree Erc. Il Consiglio di Stato richiama, in particolare, la necessità di salvaguardare il principio dell'autonomia, nel tentativo di «rendere il regolamento pienamente coerente con i principi costituzionali» (dell'autonomia universitaria in primis) e con il sistema normativo vigente, che prevede il reclutamento per chiamata diretta di studiosi di chiara fama.  

Il caso delle cattedre Natta ha avuto ampia eco sulla stampa. Duro l'attacco di Eugenio Mazzarella nel "Corriere della Sera" del 20 ottobre 2016: «Mi auguro che nell'università italiana, a cominciare dalla Crui, non ci sia più alcuna acquiescenza a misure che umiliano l'università e la stessa dignità della funzione intellettuale di chi vi lavora. Problemi l'università italiana ne ha, e il principale è il sottofinanziamento cronico».  

Nell'adunanza del 19 ottobre 2016 il Consiglio universitario nazionale (Cun) ha mosso non pochi rilievi alle procedure di reclutamento delle cattedre Natta: «L'introduzione nel sistema universitario di figure di professori con prerogative differenti e più vantaggiosi rispetto al resto dei docenti andrebbe attentamente pesata e coordinata con la normativa vigente, soprattutto in relazione ai meccanismi di gestione degli organici da parte degli Atenei. Le norme proposte per la formazione delle Commissioni giudicatrici non appaiono allineate alle migliori pratiche internazionali ed avrebbero gravi ricadute sull'autonomia costituzionalmente riconosciuta al sistema universitario».
                                                                                                             


Andrea Lombardinilo
(14 novembre 2016)
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