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I miti dell'università da sfatare
da "La Voce"
 


Nel gran parlare e scrivere di università, i media italiani hanno spesso nei mesi scorsi abusato di luoghi comuni per dimostrare il degrado dell’istituzione, sanabile solo con drastici tagli finanziari e provvedimenti punitivi nei confronti dei “cattivi maestri”, i baroni.
Qualcuno ha pure tentato di sdrammatizzare, apportando dati oggettivi e presentando argomentazioni pacate utili a impostare ipotesi di riforma percorribili. Segnaliamo, fra i molti lodevoli contributi del sito “La Voce”, quello di Alfonso Fuggetta che, a proposito dei docenti e del loro reclutamento, smonta alcune affermazioni presentate come verità scontate. e che invece alla prova dei fatti non lo sono.

La piramide rovesciata
Una delle critiche principali indirizzate all'università italiana è che molto spesso assomiglia a una piramide rovesciata, con troppi professori ordinari, un numero minore di professori associati e ancor meno di ricercatori. Si continua a ripetere che negli altri paesi vi è una piramide vera, e non rovesciata come in Italia. Non è vero. O non lo è per tanti atenei che vengono spesso additati come esempi ai quali ispirarsi. Vediamo tre casi molto significativi:

a) Mit:
Professors (ordinari): 635
Associate professors (associati): 207
Assistant professors (ricercatori): 166

b) Stanford:
Professors: 816
Associate Professors: 217
Assistant Professors: 262

c) Eth Zurigo:
Full Professors: 278
Associate Professors: 31
Assistant Professors: 50

Per completezza, va ricordato che in tutte queste realtà vi è un alto numero di posizioni a contratto: lecturer, esercitatori, tutor, post-doc, research position, peraltro presenti anche nei nostri atenei e spesso criticate perché posizioni "precarie". In ogni caso, la struttura della faculty è sempre tendenzialmente caratterizzata da un alto numero di professori ordinari e un numero molto minore di associati e ricercatori. Il vero punto chiave è quindi l'alto numero di posizioni precarie in ingresso alla cosiddetta "tenure track", cioè la progressione di carriera da ricercatore a professore ordinario.
Come si entra in questa tenure track? E qui veniamo al secondo mito.

Le promozioni interne
In Italia si continua a criticare il fatto che la progressione di carriera dei ricercatori e degli associati è per promozione interna. Spesso si dice che questo rende le università chiuse e favorisce il baronato e pratiche poco trasparenti o illegali.
In realtà, se si guarda come funziona la "tenure track" nel mondo anglosassone, e in particolare in tutte le università americane, ci si accorge che le cose sono molto più simili di quanto si possa immaginare.
Un assistant professor, l'equivalente del ricercatore, viene normalmente assunto con un contratto non di ruolo, non ha cioè la "tenure". Se la sua carriera procede proficuamente, viene promosso dopo un certo numero di anni ad associate professor, ancora senza "tenure". Ogni dipartimento di una università americana ha un proprio tenure committee che stabilisce quando dare a un candidato la "tenure", ovvero il passaggio in ruolo. Da quel momento, il professore ha una serie di tutele simili ai nostri docenti di ruolo. Normalmente, nella stessa università il professore riceve anche la promozione a full professor, a professore ordinario. Ovviamente, se una persona non è giudicata adeguata, non procede nella progressione di carriera e viene invitata, nei fatti, a cambiare università o lavoro.
Quali sono quindi le differenze rispetto alla situazione italiana? Non è la mancanza di promozioni interne, ma sono ben altre. La pr
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