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Valore legale sì, valore legale no
Lauree
 


Abolire il valore legale della laurea per poter accertare le reali competenze di chi sostiene un concorso pubblico o un esame per l’iscrizione ad albi e ordini professionali. È quanto si chiede da più parti. Esistono però voci altrettanto autorevoli contrarie al cambiamento. Le posizioni contrastanti che hanno da tempo avviato un acceso dibattito sull’argomento annoverano – ciascuna – politici, personalità accademiche, esponenti della cultura. Ne deriva un quadro complesso che è interessante approfondire con “analisi distaccate – scrive Sabino Cassese, giudice della Corte Costituzionale – che non partano da furori ideologici o da modelli ideali, bensì da una valutazione delle condizioni delle strutture pubbliche e professionali e dei condizionamenti derivanti dal riconoscimento dei titoli di studio sull’assetto della scuola e dell’università”.
Secondo il parlamentare Fabio Garagnani – che ha presentato la proposta di legge per l’eliminazione del valore legale – le università preparano in maniera diversa, ma la parificazione del titolo rende tutti i laureati uguali quando affrontano un concorso, a prescindere dal percorso formativo che hanno alle spalle. Abolire il valore legale della laurea – a detta dell’esponente Pdl – permetterà di accertare con esattezza le competenze del candidato, “con selezioni sul merito e non sul pezzo di carta”, e spingerà le università a migliorare la qualità dell’insegnamento, “evitando il proliferare di diplomifici”. Anche il ministro Gelmini si è detta più volte favorevole al’abolizione del valore legale e così il suo collega di Governo Brunetta. Dalla loro parte anche rappresentanti dell’opposizione come il filosofo Massimo Cacciari o il ministro-ombra Linda Lanzillotta. Possibilista il presidente della Crui, Enrico Decleva: se abolire il valore legale del titolo di studio “significa che abbiamo un sistema di valutazione di accreditamento serio e fondato, che si sostituisce al valore del titolo studio, toglierlo è un passo avanti. Ma senza che ci sia nulla di questa natura, significa solo moltiplicare i titoli fasulli, le università telematiche e gli imbroglioni”.
L’abrogazione del valore legale passa attraverso l’eliminazione di quelli che Carlo Finocchietti, direttore del Cimea, definisce i “pilastri” su cui tale valore si fonda: “L’ordinamento didattico nazionale (che fissa le caratteristiche generali dei corsi di studio e dei titoli rilasciati) e l’esame di Stato (che ha la funzione di accertare – nell’interesse pubblico generale – il possesso di determinare conoscenze e competenze)”. La legge vigente afferma che tutti sono preparati in maniera eguale, dice Pietro Manzini, professore di Diritto internazionale a Bologna, mentre “le università preparano in maniera diversa”. E individua tre effetti della “forzata parificazione del titolo rilasciato” dagli atenei: deresponsabilizzazione delle università nella scelta dei docenti e dei ricercatori (non esistendo differenze fra un corso tenuto da un premio Nobel e “il figlio impreparato di un barone locale”, perché cercare di cooptare un Nobel?), incapacità della Pubblica amministrazione di selezionare i migliori, perché “costretta a far finta che ogni laureato abbia uguale preparazione”; infine, l’illusione di studenti e loro famiglie che, in qualsiasi università, “le possibilità di impiego successivo siano le medesime”: cosa vera per la Pa, falsa per il settore privato.

I pareri contrari
A detta di Paolo Gianni dell’Università di Pisa – e qui arriviamo ai pareri contrari all'abolizione del valore legale - "pretendere il possesso della laurea per accedere a una qualunque posizione qualificata indipendentemente dall'ateneo che l'ha rilasciata non significa affatto mettere tutte le università sullo stesso piano. Significa solamente stabilire che il titolo richiesto costituisce il "requisito minimo" per accedere a una certa posizione, senza per questo dare garanzia alcuna di accesso a tale posizione. Sarà soltanto il concorso di accesso che, attraverso il giudizio di una Commissione a ciò preposta, stabilisce qual'è il candidato migliore per ricoprire quel posto. E tale giudizio correttamente non privilegerà aprioristicamente alcun ateneo, limitandosi al giudizio sui singoli".
Carlo Iannello, docente di Diritto dell'ambiente alla Seconda Università di Napoli, pone degli interrogativi che fanno riflettere: "In assenza del valore legale del titolo di studio, come si garantirebbe l'esercizio delle professioni liberali, con che criterio si ammetterebbero i giovani ai diversi esami di Stato? Se un ente pubblico volesse assumere dei funzionari, sarebbe libero di richiedere i laureati di una specifica facoltà, visto che i titoli di studio non sarebbero più uguali? E non sarebbe questo forse addirittura un incentivo ad assumere personale con un curriculum predeterminato? In mancanza di valore legale del titolo di studio in Italia, come potremmo chiedere all'Europa il riconoscimento dei nostri titoli, nella misura in cui saremmo noi i primi a non riconoscere il valore legale delle nostre lauree?".
Sicuro il rettore dell'Aquila, Ferdinando Di Orio: l'abolizione del valore legale del titolo di studio indurrebbe un sicuro "declino culturale" perchè "determinerebbe esclusivamente una liberalizzazione del sistema formativo che, accompagnata dalla sua privatizzazione, comporterebbe un'esplosione di corsi privati dall'incerta qualificazione in un mercato formativo fatalmente influenzabile da logiche economiche. Con la conseguente necessità di istituzione di un sistema in grado di verificare la qualità dell'insegnamento di ogni sede, certificando percorsi formativi e contenuti didattici".
Secondo Andrea Moro, professore associato alla facoltà di Economia della Vanderbilt University di Nashville (USA), la selezione in base al merito esiste già, quindi è inutile fare cambiamenti: "Va notato che il titolo di studio - scrive - non è l'unico requisito richiesto, non solo nel settore privato ma anche in tutti i concorsi pubblici. Ci sono sempre altri test, esami, e titoli necessari a comprovare la qualità del candidato; presumibilmente, chi ha ricevuto una buona istruzione, farà meglio degli altri candidati. (...) Credo si faccia molta confusione sul significato di valore legale. Con l'abolizione del valore legale molti intendono una serie di misure ad esso collegate, ma che con esso hanno poco a che fare. In quasi tutti i paesi del mondo esistono leggi che proibiscono l'esercizio di molte professioni senza un adeguato titolo di studio e una licenza".
Livio Frittella
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