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È possibile insegnare la solidarietà all'università?
Gianluigi Mottini, Università Campus Bio-Medico di Roma
 


È davvero possibile insegnare la solidarietà all’università? Probabilmente se ci limitassimo a partire dalla semplice definizione, di superficie, dei due termini solidarietà come virtù sociale e università come luogo e istituzione in cui si accresce e si trasmette il sapere, continueremmo a restare lontani dal poter dare una risposta positiva alla nostra domanda. Una virtù, in senso stretto, non si può insegnare ma solo praticare: non è un sapere formulato da accrescere e non è neppure trasmissibile ad altri, se non come pura nozione.
Ma a rendere negativa la risposta alla nostra domanda non è tanto il significato della solidarietà, che ha una sua identità ben precisa, quanto piuttosto una visione riduttiva dell’università. La visione classica humboltiana di università come «solitudine e libertà», a cui nel tempo si sono unite, con effetto distorsivo, le derive scientiste della moderna filosofia della scienza, continuano a condizionare pesantemente la visione dell’essere e dell’agire universitario. Ne deriva l’immagine di un’istituzione che contraccambia il prezzo della sua presunta neutralità etica con una congenita rinuncia a un’identità e a un ruolo sociale che sappia andare al di là del binomio – ormai stereotipato – della sempre auspicata sinergia università-impresa. In altre parole, l’università è diventata banco di lavoro, sia pure intellettuale, di una rigida catena di montaggio finalizzata alla produzione di beni per la società.
In una università di questo tipo non c’è spazio per la solidarietà, né insegnata né praticata. Si ha la necessità di ripartire da una visione diversa dell’università. Anzitutto va recuperata la sua dimensione di “comunità umana”: comunità di docenti e di discenti che si ritrovano insieme per perseguire un fine sociale. In altre parole si riafferma l’identità etica dell’istituzione, che ha la sua ragion d’essere nel realizzare un compito a servizio del bene comune.

Solidarietà, università e globalizzazione
In una università-comunità tutti sanno di avere un ruolo da svolgere per il raggiungimento di obiettivo comune. La relazione umana non è più una semplice relazione di contiguità fisica imposta dall’organizzazione del lavoro, e di scambio di informazioni, ma è una relazione di senso e di mutuo sostegno orientato a un fine. In questa ottica la solidarietà, prima ancora di poter essere insegnata, va vista come il tessuto connettivo che rende “solida” la relazione umana e “solidale” il modo di agire di tutti i componenti della comunità stessa. A questo punto possiamo arrivare a dire che, in effetti, la solidarietà va anzitutto vissuta dall’università stessa come qualcosa di irrinunciabile per la garanzia della sua identità e della sua missione.
Dove l’università riesce davvero a essere comunità la solidarietà non avrà bisogno di essere insegnata; sarà semplicemente “coltivata” nei membri che di volta in volta entrano a far parte della comunità stessa; vale a dire anzitutto gli studenti che si susseguono negli anni accademici. Al docente spetterà il compito di essere modello imitabile di solidarietà attraverso il suo stile di lavoro e l’orientamento di servizio alla società che saprà dare al contenuto del sapere che trasmette.
È indubbio che una università-comunità con forte identità etica quale abbiamo rappresentato avr&agrav
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