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382/80 Cosa resta di quella riforma
Fabio Matarazzo, già direttore generale del Miur
 


Ho vissuto da vicino, dal versante ministeriale, l’esperienza del Dpr 382/80. Ne potrei raccontare l’origine, come e quando nacque l’idea – rivelatasi poi vincente – della legge delega e del decreto delegato; descrivere la redazione delle varie bozze del testo, da quelle primitive a quelle a mano a mano più affinate, fino alla definitiva; sottolineare il confuso ma quanto mai intenso e partecipato succedersi di riunioni, incontri, documenti, confronti; ricordare i giorni, e le notti, nelle commissioni parlamentari per recepire osservazioni e commenti; rappresentare, soprattutto, la meraviglia di tutti noi quando, giunti allo scadere dei termini per la delega, e a  conclusione di un lavoro tanto impegnativo e contrastato da più parti, di fronte agli ultimi nodi politici che sembravano insuperabili e, ancora una volta, destinati a rinviare e seppellire questo ennesimo tentativo di riforma, constatammo come l’abilità politica di mediazione dell’allora ministro Sarti, in una riunione di poco più di un’ora, e ben descritta da Luigi Frati nel suo intervento, sia riuscita in un’impresa che era sembrata quasi impossibile. Potrei testimoniare tutto questo, dicevo, e, in seguito, le varie e complesse attività per l’attuazione del decreto delegato, ma mi sembrerebbe di ripercorrere, con la nostalgia dell’anziano che racconta ai nipoti alcuni episodi salienti della fase storica che ha vissuto, un capitolo della storia recente dell’università che merita di essere valutato piuttosto per i risultati che ha prodotto, anche per trarne, se possibile, qualche suggerimento per il suo futuro che, proprio in questi giorni si sta nuovamente configurando, ricercando, tra l’altro, di nuovo risposte per molti degli stessi problemi che, all’epoca, pensavamo affrontati e risolti definitivamente.

Un lavoro inutile?
Ma, allora, viene da chiedersi, tutta quell’attività e quell’opera sono state inutili? È un interrogativo che m’inquieta. La passione, l’impegno umano e intellettuale dei tanti e così autorevoli protagonisti di questa, e delle altre vicende consimili che l’hanno contornata, sono veramente riusciti nell’intento, che tutti muoveva con sincerità e abnegazione, di offrire ai nostri ragazzi un’università dove fosse possibile una formazione intellettuale, culturale e professionale, migliore di quella allora disponibile? Un’università nella quale l’ascensore sociale consentisse, con l’impegno e il merito, a una più vasta platea di ragazzi di raggiungere livelli di inserimento sociale e professionale fino a quel momento riservati a un’élite per censo e provenienza?
La risposta, purtroppo è molto incerta, se non negativa, se si ha riguardo ai giudizi che da più parti si esprimono sulle nostre università nei diversi contesti nazionali e internazionali; se, soprattutto, si tiene conto dei risultati dei laureati nei concorsi o nelle prove di abilitazione e della lettura dei loro elaborati o delle diffuse lamentele dei responsabili delle risorse umane delle nostre aziende, sulla loro preparazione. A contrapporsi al giudizio negativo, vi sono, per fortuna, i numerosi casi di richiesta e impiego all’estero dei migliori laureati e i risultati dei progetti di ricerca internazionali molto spesso gratificanti anche se poi prevale, negli autori, la propensione ad abbandonare il paese. Ciò nonostante, non possiamo dire che la formazione attuale dei nostri studenti sia migliore del passato. Certo, non può trascurarsi la diversità dei numeri e delle provenienze della moltiplicata platea di giovani che accedono oggi all’università rispetto agli anni Settanta e all’aspetto positivo per la cultura, la civiltà e anche per l&
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