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segnalato da Freeonline.it
I riflessi della dimensione sociale nel sistema universitario dei Paesi UE
Ricerche europee
 


Un cittadino europeo su cinque è a rischio povertà o di esclusione sociale; quaranta milioni risultano in condizioni di serie difficoltà economiche e ben 25 milioni di giovani (soprattutto figli di immigrati e rom) appaiono destinati a concludere precocemente il loro iter formativo.
È quanto emerge da The social dimension of the future 2020 Strategy, Rapporto del Social Protection Committee” (SPC) che analizza e suggerisce le riforme attuabili dai 27 membri UE e dai candidati all’Unione, dai Paesi EFTA ed EEA sui sistemi di protezione sociale, asse portante della “Strategia Europa 2020”. Ne esce innanzitutto rafforzato il ruolo dell’istruzione per interrompere – a medio e lungo periodo – la spirale della trasmissione intergenerazionale della povertà e assicurare un’uguaglianza di opportunità per tutti: lo svantaggio economico/sociale è più alto del 10% per i meno formati rispetto ai diplomati e del 20% rispetto ai laureati. (L’European Social Fund è attualmente il principale strumento finanziario europeo per attenuare le diseguaglianze e  con il Programma “Progress”, dotato di 200 milioni di euro concessi  dalla Comunità Europea e dall’European Investment Bank, opera specificamente nel settore formativo/occupazionale anche attuando forme di microcredito).

Nel presupposto che l’intelligenza sia egualmente distribuita tra i diversi strati sociali, l’attenzione alla dimensione sociale persegue l’obiettivo sia di assicurare l’equità e la giustizia sociale che di valorizzare i talenti per soddisfare la domanda del mercato. Ed un attento spaccato della condizione sociale dell’ancor troppo eterogenea popolazione universitaria europea è fornito dalla IV Indagine Eurostudent 2008/11 sulle “Social and Economic Conditions of Student Life in Europe” (ne riferirà più ampiamente il prossimo numero di “Universitas”). Avvalendosi di una nutrita serie di tabelle statistiche sui più importanti indicatori, il Rapporto (coordinato da HIS – “Higher Education Information System” – di Hannover e da un Consorzio Internazionale)  offre un quadro  comparato  delle diverse tipologie e modalità di studio (full time, part time), della mobilità internazionale (dal 5% nei Paesi dell’Est europeo al 10% nei Paesi scandinavi e nei Paesi Bassi) e soprattutto delle risorse finanziarie studentesche, dei sistemi di diritto allo studio, degli alloggi  e dei servizi disponibili. Emerge così dal Progetto (iniziato nel 2000 con soli 8 Paesi e proseguito con 11 nel 2005, 23 nel 2008 e 25 nel 2011) che:
  • in molti Paesi, oltre la metà degli studenti costituisce la prima generazione iscritta a corsi universitari (Portogallo, Turchia, Malta e Irlanda, con la recente crescita studentesca, si segnalano per aver offerto maggiori possibilità di mobilità sociale);
  • coloro che provengono da famiglie meno istruite sono pure quelli che impiegano più tempo (in media due anni) per compiere la scelta universitaria; vi approdano generalmente da canali meno tradizionali (Romania, Austria,Francia,Finlandia,Repubblica Ceca, Irlanda, Paesi Bassi e Norvegia); hanno mediamente più di 25 anni e (nonostante nell’86% dei Paesi l’attività universitaria venga definita full time e  in cinque addirittura inesistente) si configurano come studenti part time di fatto, potendo dedicare agli studi non più di 20 ore settimanali perché impegnati in contemporanee attività lavorative;
  • oltre 3 studenti su quattro sono finanziati dalle famiglie di origine e molto spesso le ragazze ricevono meno risorse dei maschi, così come gli iscritti a corsi di “master” (potendo aggiungere entrate straordinarie per lavoretti svolti durante gli studi) gravano di meno degli iscritti ai corsi di “bachelor” sul bilancio familiare. Il rimanente 25% beneficia “in toto” o in parte di aiuti pubblici, concessi soprattutto ai “fuori sede” (ad es. Danimarca, Galles, Malta, Paesi Bassi e Svezia) sotto forma di prestiti rimborsabili o di borse di studio; 
  • è molto variegato il budget mensile ritenuto necessario, che varia da € 1.000 a € 200 (Croazia, Malta e Romania),così come la maggior parte dei Paesi fanno pagare tasse universitarie (che rappresentano il 13% delle spese medie studentesche) per un importo pari ad almeno € 100 mensili (importi superiori nel Regno Unito, Galles, Irlanda e Lituania) mentre in Danimarca, Finlandia e Svezia gli iscritti al “baccalaureato” studiano gratuitamente. Anche il costo dei trasporti incide in media in misura del 7% sul bilancio complessivo, ma in Estonia, Repubblica Slovacca, Repubblica Ceca e Regno Unito il costo dei bus navetta tra l’abitazione e l’Università supera il 10%-12% del bilancio complessivo;
  • l’età, la scelta di atenei ubicati o meno in grandi centri abitati e la situazione economica d’origine sono fattori determinanti per la soluzione abitativa: in molti Paesi predominano coloro che preferiscono continuare a vivere con i propri genitori (oltre il 50% a Malta, in Italia, in Spagna e Portogallo) e risultano pure i più soddisfatti della loro sistemazione. L’opzione “campus”, meno caro e più vicino alla sede universitaria, è la più adottata (20%) nella Repubblica di Slovacchia, in Turchia, in Svezia, in  Lituania, in Finlandia, in Romania e nella Repubblica Ceca.
 
Maria Luisa Marino
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