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Parlerò solo di calcio
Tito Boeri
 


Intervista a cura di Sergio Levi
Il Mulino, Bologna 2012, pp. 112, € 10,00
Quello che incuriosisce subito di questo piccolo ma intenso volumetto è il titolo, perché Tito Boeri – PhD in Economia alla New York University, è stato senior economist all’Ocse, consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e della Commissione Europea – insegna Labour Economics all’Università Bocconi di Milano. Verrebbe da chiedersi perché mai uno come lui scriva un libro sul calcio. E invece il motivo è presto detto: il calcio è assunto come metafora dei problemi che affliggono l’Italia.
Può sembrare incredibile che, in un Paese dove il calcio domina incontrastato, esista qualcuno – come chi scrive – che di calcio non sa nulla e si limita a seguire solo le partite dei mondiali quando l’Italia arriva in finale. Fatta questa doverosa premessa, Boeri è chiarissimo nel descrivere il (mal)funzionamento di un sistema che sembra ruotare più intorno ai soldi che allo sport, a spiegarne le cause e a suggerire i possibili rimedi.
Come avverte la prefazione curata da lavoce.info – la testata web che da dieci anni «si propone di informare i cittadini, pungolare la politica, proporre analisi indipendenti» a quanti si interessano senza pregiudizi a questioni di politica economica –, il tema del volume è l’agonia del calcio italiano che, travolto da scandali e scommesse, ci ricorda i problemi irrisolti dell’Italia.
L’economista individua quattro peculiarità del nostro calcio: «In Italia si tende a investire poco nei giovani, escludendoli in modo sistematico da posizioni di rilievo […]; esiste un potere mediatico incontrollato che ha una forte capacità di condizionare la competizione sportiva, che dopo tutto è anche una competizione economica […]; in Italia i cosiddetti “regolatori”, vale a dire organismi, autorità e individui che dovrebbero vigilare sul rispetto delle regole, vengono sistematicamente catturati da coloro (diciamo le squadre) che dovrebbero da loro essere regolati. Infine, ci sono violazioni abbastanza sistematiche delle norme sportive e gravi forme di corruzione, un fenomeno non soltanto italiano, ma che da noi presenta caratteri di sistematicità e quasi scientificità che altrove non è dato trovare».
Leggendo il libro si ha l’impressione che i problemi del calcio (e dell’Italia) potrebbero essere risolvibili, ma che in realtà nessuno abbia interesse a risolverli. Come sottolinea Boeri, «il calcio condiziona norme sociali e comportamenti. Aiutare oggi il calcio a liberarsi di molto marciume, dare voce a chi si oppone agli illeciti sportivi può contribuire a un cambiamento culturale molto più generale nel Paese. […] Quando le regole vengono sistematicamente disattese, il calcio è destinato a non incontrare più i gusti del pubblico». Infatti, negli stadi italiani si è registrato un forte calo di presenze in seguito a Calciopoli o agli scandali legati alle scommesse, segno che nonostante tutto in Italia ci sono ancora persone – e non sono poche – che amerebbero vedere una sana competizione sportiva.
Le società calcistiche sono fortemente indebitate, quindi ci sono anche i creditori a vari livelli: evitare il fallimento di queste società comporta costi pesanti per la collettività, quando viene chiesto l’intervento dello Stato o quando le banche investono nelle squadre. Soprattutto in una fase come quella attuale in cui imprese e famiglie faticano ad accedere al credito. «Purtroppo in questo caso non c’è uno spread che faccia capire anche ai non addetti ai lavori che occorre fare qualcosa, ma c’è un problema molto serio e occorre intervenire».
Segnali più forti servirebbero anche sul fronte della corruzione: «In Germania un arbitro è stato condannato a 4 anni di reclusione, mentre nel caso di Calciopoli non abbiamo visto niente di simile: gli arbitri coinvolti hanno avuto soltanto sanzioni sportive. Alcuni di loro sono stati radiati dall’albo; ma essendo quasi a fine carriera non ci hanno perso molto».
L’intreccio tra potere mediatico e potere sportivo impedisce ai media di esercitare quella funzione di controllo che sarebbe necessaria, ma «una cosa è certa: la correttezza, la fairness va valorizzata, bisogna ripristinare le sanzioni sociali per i comportamenti disonesti. Ricordiamoci che i giovani sognano e si identificano con i campioni, e questo dà al mondo del calcio una grande responsabilità […] ci vuole la sanzione sociale per chi viola le regole e l’apprezzamento diffuso per chi le fa rispettare. La storia di questi anni ci insegna che non ci sono incentivi a denunciare gli atti illeciti».
Invece bisogna dare ai giovani la certezza che l’illecito non paga, sia perché viene punito, sia perché porta con sé la riprovazione generale. «In un Paese in cui non c’è ancora abbastanza sanzione sociale contro chi viola le regole e occupa indebitamente posizioni di potere, dove c’è chi si compra le lauree con soldi pubblici e non si degna neanche di dimettersi da cariche istituzionali dopo essere stato smascherato, questo è un fatto importante».
Come dire che non si può più fare finta di non vedere, ma è tempo di rispettare le regole del gioco.
Isabella Ceccarini
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