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IDEE DI UNIVERSITÀ: Jürgen Habermas
di Andrea Lombardinilo
 


Diamo inizio a una serie di brevi saggi e riflessioni su alcuni intellettuali che hanno scritto di università. Il primo è il tedesco Habermas.

Nato a Düsseldorf nel 1929, Jürgen Habermas ha lavorato nell’Istituto per la ricerca sociale fondato da Horkheimer, dapprima sotto la sua guida e poi sotto quella di Adorno. Dopo soggiorni a Marburgo e  Heidelberg, ha insegnato filosofia e sociologia a Francoforte. Ha diretto l’Istituto Max Planck di Stranberg dal 1971 al 1983. Successivamente è tornato a insegnare a Francoforte nella Goethe Universität. Tra i temi centrali della sua attività di ricerca sociologica vi sono lo studio dei rapporti tra società, informazione e opinione pubblica e la costruzione di una teoria dell’agire comunicativo, volto a stimolare la reciproca comprensione tra gli attori sociali. Tra le opere di maggior rilievo si segnalano: Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Agire comunicativo e logica delle scienze sociali (1967), L’etica del discorso (1983), Teoria dell’agire comunicativo (1981), L’Occidente diviso (2004), Questa Europa è in crisi (2011)…


Da profondo e attento conoscitore del mondo accademico, Habermas riserva una parte non trascurabile della sua attività di ricerca sociologica all’analisi dei mutamenti succedutisi nel sistema universitario tedesco in una fase storica del tutto particolare, all’alba del Sessantotto, quando l’avanzare della protesta studentesca poneva una serie di importanti problematiche legate ai processi di cambiamento in atto nella società tedesca e, più in generale, europea.
Quella di Habermas è una vera e propria lezione sull’università che cambia, fotografata in un momento cruciale per il destino delle democrazie europee. È infatti il 9 giugno 1967 quando il sociologo pronuncia l’Intervento di Hannover nel corso del Congresso dedicato al tema dei rapporti tra Università e Democrazia, di stretta attualità nella Germania divisa dalla guerra fredda. Nella Sporthalle di Hannover confluiscono in massa studenti e professori di Berlino Ovest e di tutta la Germania Federale, in un clima surriscaldato dalla dimostrazione di piazza del 2 giugno contro lo Scià di Persia, segnata dall’uccisione dello studente Benno Ohnesorg. Sono eventi drammatici, che ispirano ad Habermas un’attenta riflessione sulla funzione sociale dell’università, sul suo ruolo culturale, sulle sue finalità scientifiche, sulla missione politica degli studenti.

Le università devono fornire un sapere utilizzabile in sede tecnica, in altri termini soddisfare il bisogno che una società industriale ha di nuove leve qualificate e in pari tempo provvedere a una più ampia riproduzione dei quadri insegnanti. Le università devono inoltre non solo mediare, bensì produrre il sapere utilizzabile in sede tecnica. Si tratta qui delle informazioni che dalla ricerca fluiscono nei canali dell’impiego industriale, dell’armamento e del benessere della società; oppure si tratta di tutto un complesso di indicazioni e suggerimenti utilizzabili nelle strategie dell’amministrazione, del Governo e di altre istanze decisionali, imprese private per esempio. In tal modo l’università è, attraverso l’insegnamento e la ricerca, immediatamente connessa con le funzioni del processo economico. Ma, oltre a questo, essa assume tre altri compiti.

Per l’occasione il sociologo riprende e approfondisce, secondo le necessità del momento, i contenuti del saggio su Università nella democrazia e democratizzazione dell’Università, redatto nel mese di maggio. In primo piano vi è la rivendicazione accorata di una ristrutturazione del sistema universitario, chiamato a raccogliere la sfida del cambiamento che in quel momento investiva l’intera società europea. Una sfida divenuta improrogabile anche per il mondo accademico, che rischiava la perdita del ruolo di motore socio-culturale consolidato dalla tradizione. Una sfida del cambiamento che Habermas ritiene non possa prescindere dalla revisione delle strutture didattiche, dalla riforma della governance, dal potenziamento delle attività di ricerca (da affidare ai giovani ricercatori), dall’introduzione di un codice etico, dal potenziamento delle strategie di comunicazione esterna, dalla salvaguardia del principio di trasparenza e accountability.

In primo luogo gli istituti superiori devono provvedere a che i suoi laureati o diplomati, per quanto indirettamente ciò accada, siano forniti di un minimo di qualificazione in forma di capacità diciamo così extrafunzionali. Intendiamo per extrafunzionali tutte quelle qualità e attitudini che hanno rilievo per l’esercizio di una professione accademica e che non sono date di per sé con le conoscenze e le capacità professionali. Sulla gamma delle qualità e doti richieste ai funzionari di rango dirigente c’informano ogni giorno le offerte di lavoro sui giornali. Dai giudici, per esempio, ci si aspetta che sappiano esercitare un’autorità adeguata al loro ufficio, o dai medici che sappiano rapidamente e autonomamente intervenire in situazioni d’emergenza. Le virtù richieste da queste etiche professionali non scritte non sono certo promosse dall’università, eppure i modelli del processo di socializzazione ad essa offerto devono adeguarvisi. Se ciò non accade, ne nascono conflitti. [...]
In secondo luogo tra i compiti dell’università c’è quello di trasmettere certe tradizioni culturali alla società, d’interpretarle e incrementarle. È facile vedere quanto il grande pubblico e le concezioni correnti siano influenzati dalle interpretazioni elaborate dagli specialisti, e basta in proposito rammentare per esempio la funzione svolta nel secolo scorso dalla Scuola storica tedesca o la controversia tra gli storici di orientamento “grande tedesco” e quelli d’orientamento “piccolo tedesco”. Ma anche oggi le scienze ermeneutiche, per positivistici che siano i loro metodi, non riescono a sottrarsi del tutto alla necessità di studiare certe efficaci tradizioni, non solo, ma, indagandole, di continuare a trasmetterle o d’incrementarle o trasformarle criticamente. [...]
In terzo luogo, l’università ha sempre assolto a un compito, che non è facile definire. Oggi diremmo: essa forma la coscienza politica dei suoi studenti. Nelle università tedesche ha dominato abbastanza a lungo una coscienza apolitica, un peculiare impasto d’interiorità di specie umanistica e lealistico ossequio all’autorità, che ha provocato non tanto atteggiamenti direttamente politici quanto piuttosto una mentalità che ha avuto determinate conseguenze politiche. Senza che si dessero mai espresse manifestazioni, senza che s’insegnasse una scienza politica o si attendesse a un lavoro di formazione politica, senza che esistesse per gli studenti un mandato per i problemi politici d’attualità, senza che sorgessero associazioni politiche studentesche (sotto il vessillo appunto di un insegnamento apparentemente apolitico), intere generazioni sono state non solo formate scientificamente ma insieme educate efficacemente proprio in senso politico.


Sono soltanto alcuni dei capisaldi della lezione habermasiana per una università che cambiava rapidamente e che cambia ancora oggi: così facendo il sociologo parrebbe preconizzare i punti fondamentali della lunga stagione di riforme avviata nelle università italiane nel 1999 con il Processo di Bologna, e scandita da una lunga serie di provvedimenti normativi: dal dm 509/99 voluto da Luigi Berlinguer alla legge 240/2010 di Mariastella Gelmini, passando per il dm 270/04 e la legge 230/2005 dell’era morattiana e il pacchetto serietà emanato da Fabio Mussi. Provvedimenti volti, nelle intenzioni dei ministri di turno, a rendere i nostri atenei più moderni, dinamici e al passo con l’Europa, nonostante la costante (e preoccupante) riduzione delle risorse pubbliche. Come dire: i problemi dell’università sembrano non mutare a distanza di cinquant’anni, nonostante si sia passati dall’università d’élite a quella di massa.
Certo è che ai tempi di Habermas, in un paese diviso dalla guerra fredda, la riforma dell’università era dettata anche dalla necessità di difendere una democrazia sempre più minacciata dalla repressione poliziesca e dall’involuzione governativa, che il “soprassalto” universitario ebbe il merito di denunciare e di arginare. Naturalmente le analisi di Habermas sono estremamente illuminanti. A suo avviso sono tre i punti fondanti di una vera riforma dell’Università: indipendenza scientifica dall’influenza dello Stato o del mondo industriale; diffusione di buone pratiche comunicative volte a stimolare trasparenza e responsabilità e ad impedire decisioni arbitrarie; formazione di studiosi attraverso strategie informative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle attività di ricerca e sulle possibilità di inserimento (così da orientare lo studio in funzione delle prospettive professionali). Una missione ambiziosa, che richiede un pronto riposizionamento del corpo docente nel tessuto sociale e produttivo.

Si è qui riprodotto lo spirito di un ceto accademico per il quale la società allora non prevedeva ancora uno status nemmeno relativamente unitario. Quella mentalità, nonostante le differenze delle facoltà e delle professioni, ha peraltro garantito l’omogeneità delle élite formatesi alla disciplina della scienza nella misura nella quale la formazione accademica è riuscita addirittura ad assicurare una continuità in determinati gruppi con funzioni dirigenti di là dalla stessa rottura del 1945. Nondimeno questa tradizione non è sopravvissuta nelle università nemmeno al fascismo. Insieme con le trasformazioni strutturali a lungo termine della società, il ceto degli accademici contraddistinto da una mentalità comune, si è, come sappiamo, dissolto. Significa che le università di oggi non assolvono più al compito della formazione politica oppure, in quanto pur sempre sentono d’avere, anche se in modo diverso, questa funzione, che propriamente non hanno più bisogno di assolverla?

Siamo dinanzi a un’università che rivendica maggiore autonomia, maggiore libertà comunicativa, maggiore indipendenza informativa: questi i principi ispiratori di un’università che voglia conservare il proprio ruolo di guida culturale nelle nuove democrazie. Principi tanto fondamentali nel Sessantotto quanto irrinunciabili oggi, nell’era della società della conoscenza, dominata da un sapere in costante movimento, resa sempre più globale dalla connettività diffusa, dalla mobilità dei cervelli, dalle nuove e dinamiche strategie di apprendimento.
Ma Habermas non si accontenta di focalizzare i punti fondanti di tale percorso riformistico. Si spinge oltre, individuando i tre compiti che l’accademia deve perseguire per facilitare il successo formativo e professionale dei suoi allievi, nella prospettiva di rafforzare la sinergia con il mondo delle professioni: trasmettere abilità «extrafunzionali», definite come «tutte quelle attitudini che hanno rilievo per l’esercizio di una professione accademica e che non sono date di per sé come le conoscenze e le capacità professionali»; farsi carico della trasmissione di «certe» tradizioni culturali alla società, di saperle divulgare e interpretarle; formare la coscienza politica degli studenti. Si tratta di tre compiti ambiziosi, di capitale importanza per il futuro democratico dell’università, il cui perseguimento è legato a tre condizioni irrinunciabili: che gli atenei conservino il diritto di gestire autonomamente i fondi pubblici (con la relativa destinazione d’uso); che venga abolito il principio della cattedra, al fine di «creare migliori condizioni di ricerca scientifica»; che si creino nuove strategie di insegnamento e di valutazione, destinate a soppiantare la «selezione basata su esami intermedi o d’ammissione ai seminari». E che si instauri un rapporto nuovo tra sapere accademico e democrazia, chiamati a sostenere la necessaria sfida dell’innovazione.

Il legame tra la democrazia del primo dopoguerra e l’università tradizionale, che, a considerarlo, ora appare quasi apprezzabile, sta ormai dissolvendosi: due tendenze si fronteggiano. O l’incremento della produttività è l’unico criterio di una riforma che integri senza residui un’università spoliticizzata nel sistema del lavoro sociale e che si sciolga senza parere dai suoi addentellati con la vita politica; oppure l’università afferma la sua posizione nella democrazia. Questo però sembra oggi possibile solo se si batte la via che, non senza fraintendimenti, vien chiamata democratizzazione dell’università. Vorrei fondare la mia adesione a questa seconda via tentando di indicare un’affinità e un’intima relazione tra l’esercizio della scienza negli atenei e la forma democratica del processo di formazione della volontà.


L’università nella democrazia prospettata da Habermas sarebbe pertanto vocata a innalzare il grado di coinvolgimento didattico e scientifico degli studenti, cui la società deve affidarsi per affrontare le nuove sfide della modernità alle porte. Non è un caso che le parole chiave della riflessione habermasiana siano democrazia, informazione, coesione, apertura, autonomia, collaborazione: recependo le istanze partecipative che ispirano i movimenti del Sessantotto, Habermas non fa che ricondurre le sue riflessioni sull’università all’interno della teoria discorsiva della morale e della politica, che com’è noto riveste un ruolo capitale nella sua speculazione filosofica. Una teoria che vede nel discorso pubblico il modello di un agire comunicativo che si contrappone all’agire strumentale teorizzato sulla scia dei maestri francofortesi Horkheimer e Adorno. La lezione per un’università nella democrazia si sostanzia appunto nella difesa della cultura del dialogo, dell’intesa, dell’interazione tra gli attori universitari coinvolti direttamente nell’attività di ricerca: professori, ricercatori, studenti. Una lezione che, allo stesso tempo, prende corpo nell’appello a contrastare i «poteri illegittimi», portatori di interessi esterni non sempre congruenti con la mission culturale dei sistemi di alta formazione. Una lezione che impone agli atenei di guardare al mondo produttivo, ma senza invasioni o limitazioni di campo.

Si può certo pensare che una università razionalizzata come un’azienda di produzione, solo in modo indiretto e inconsapevole riesca a esercitare la sua influenza sull’autocomprensione culturale e sulle norme e i valori di coloro che operano. Un’università iperadattata ai bisogni della società industriale e che avesse cancellato i residui di certe benefiche libertà arcaiche potrebbe acquistare, di là dalla dimensione dell’efficienza, un’efficacia ideologica pari a quella della scuola tradizionale di un tempo. Potrebbe compensare il suo irriflesso rapporto con la prassi stabilizzando le etiche professionali implicite, le tradizioni culturali, e le forme nelle quali si esprime la coscienza politica, il potere delle quali si estende incontrollato proprio quando non sono volute e risultano solo dalla attualità delle istituzioni esistenti.

Un’università che guarda al futuro nel segno della tradizione, in grado di interpretare il mutamento socio-culturale e promuovere il rinnovamento delle conoscenze. Una lezione quanto mai d’attualità oggi, nella fase delle riforme permanenti e delle criticità croniche, acuite da un deficit di rappresentatività sociale (e di risorse) che rischia di minare, sempre di più, il ruolo storicamente consolidato dell’università motore culturale di qualsiasi società, democratica o non democratica.

(J. Habermas, L’Università nella democrazia, De Donato, Bari 1968, pp. 110-118).
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