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Censis e crisi sociale del Sud Italia: a che serve investire nell’educazione se non ci sono concreti sbocchi professionali?
 


Il 19 marzo 2013 il Censis ha presentato la ricerca "La crisi sociale del Mezzogiorno" nell'ambito della giornata annuale "Un giorno per Martinoli (Gino Martinoli, fondatore del Censis). Guardando al futuro".

Il volume elenca e descrive, in una serie di schede e grafici, i fattori principali della crisi sociale che attanaglia da molti anni il Sud Italia, dal settore scolastico e universitario alla sanità, dalle politiche del lavoro ai problemi di un invecchiamento demografico che non accenna a diminuire. Uno dei primi capitoli del volume è dedicato alla crisi sociale nel settore scolastico e universitario e alla formazione del capitale umano, che ha il vertice nella costatazione di una mancanza di riscontro fra l'investimento individuale nei processi educativi e l'elemento occupazionale.

Alcuni dati. Nel Sud Italia, tra il 2005 e il 2011, nel gruppo di età 25-39 anni residenti al Sud è aumentata del 3,6% la quota di persone che hanno conseguito un diploma e del 3,5% la quota di laureati. Nonostante questo, il 39,2% della popolazione meridionale ha al massimo la licenza media.

Gli indicatori della crisi. Le regioni del Sud sono quelle in cui i 18-24enni abbandonano prematuramente gli studi solo con la licenza media e senza conseguire alcuna qualifica professionale (Sicilia e Sardegna su tutte). Difformità si notano anche nelle differenze di rendimento degli studenti del Nord e del Sud e sull'incidenza del fenomeno dei NEET che ha colpito il 31,9% dei giovani meridionali di età compresa tra 15 e 29 anni (principalmente in Campania e Sicilia).
Vedi Tabella 1.


A un sistema scolastico debole non corrisponde un sistema di formazione professionale efficace, con pochi iscritti nei percorsi triennali e un numero esiguo di apprendisti.

Il settore universitario. La crisi del settore scolastico rifluisce sul sistema universitario, già colpito a livello nazionale da tagli e decremento di immatricolazioni. Se si prende in considerazione il luogo di residenza degli immatricolati, tre regioni meridionali su otto hanno la maggior percentuale di decremento tra il 2006 e il 2010: Sicilia (-25,8%), Calabria (-19,5%) e Sardegna (-16,8%). Se si guarda alla sede del corso di studi prescelto, il decremento coinvolge anche la Basilicata (-14,2%), oltre alle solite Sicilia (-35%), Calabria (-24,6%) e Sardegna (-17,5%).
Vedi Tabella 2.


Errori del passato e sguardo al futuro. Nel complesso, gli studenti universitari meridionali guardano con disillusione alla formazione universitaria e, se s'iscrivono all'Università, lo fanno principalmente nelle regioni del Centro-Nord. Dal canto loro, le università meridionali in passato hanno guardato più alla quantità che alla qualità, abbassando le tasse universitarie ma evitando di valorizzare l'offerta didattica e di ricerca, favorendo in questo modo l'espansione senza precedenti del fenomeno dell'emigrazione interna dal Sud al Nord del paese.


 

Danilo Gentilozzi
(5 aprile 2013)

 

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