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Gli studenti internazionali nelle università italiane: indagine empirica e approfondimenti - Sesto Rapporto EMN Italia
Ministero dell’Interno - Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione
 


Con la collaborazione di Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR, Rapporto promosso da Rete Europea Migrazioni EMN Italia, maggio 2013 (in italiano/inglese)
In Italia, l’incidenza degli stranieri sulla popolazione accademica totale rimane ancora piuttosto limitata rispetto agli altri Paesi europei: troviamo annualmente 1 cittadino straniero ogni 22 immatricolati, 1 ogni 26 iscritti all’università, 1 ogni 37 laureati.
A metà anni Sessanta gli studenti esteri erano diecimila, soprattutto tedeschi, svizzeri e greci. Nell’a.a. 2011-2012, gli iscritti non comunitari – oggetto dello studio EMN[1] – erano pari a 51.947, soprattutto europei e asiatici, con prevalenza di albanesi (11.800), cinesi (6.116), camerunensi (2.612), iraniani (2.271) e peruviani (1.929).
A questi vanno aggiunti i quasi seimila iscritti a corsi post-laurea, i 4.380 iscritti a corsi di alta formazione, artistica, musicale e coreutica per complessivi 62.307 studenti non comunitari. 17.424 sono gli studenti comunitari. A questi vanno assommati ventimila studenti nord-americani che compiono brevi periodi di studio in Italia e circa diecimila tra sacerdoti, seminaristi e suore iscritti nelle strutture pontificie. Complessivamente, quindi sono circa 110mila gli studenti stranieri iscritti in Italia alla frequenza universitaria.     
Dove vivono questi studenti? Soprattutto nell’Italia centrale, attratti dalle Università di Roma, Firenze, Pisa, ma anche Perugia e Siena.  
L’Università degli Studi di Bologna è al primo posto nelle iscrizioni degli studenti non comunitari; alte percentuali di incidenza sul totale della popolazione studentesca vengono registrati ai Politecnico di Torino e Milano (oltre il 20%); molte iscrizioni anche alle Università degli Studi di Genova e Firenze e alla Sapienza di Roma. Le facoltà più frequentate dai non comunitari sono: Economia, Ingegneria e Medicina e Chirurgia con quasi la metà degli iscritti.
Venendo ai problemi più gravi che impediscono una maggiore presenza dei non comunitari: il requisito del possesso della cittadinanza nell’accesso agli studi post-laurea (come ad esempio le scuole di specializzazione medica), un’incerta programmazione dei flussi e del rilascio dei permessi di soggiorno per motivi di studio, il complesso meccanismo di riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, la scarsità di borse di studio e la carenza di residenze universitarie (i posti letto disponibili sono pari al 2,8% della popolazione universitaria). Il Rapporto EMN contiene anche i risultati di un’indagine (ISS-International Student Survey) condotta – tra maggio 2012 e gennaio 2013 – con l’IRPPS (Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali) del CNR tramite un questionario rivolto a 1.200 studenti stranieri di 98 Paesi iscritti a 61 atenei in tutta Italia.
Per la maggior parte degli studenti non comunitari l’essere venuti in Italia per motivi di studio rappresenta una scelta che offre buone prospettive di carriera (24,5%), sia nella propria patria che in altre nazioni.
Relativamente alla percezione all’estero del sistema accademico italiano, prevalgono «un giudizio positivo sull’inserimento nella società italiana (con il 66,1% che lo giudica “buono o ottimo”, soprattutto tra coloro che provengono dai Paesi europei extra-UE), e una generale soddisfazione per la propria esperienza di studio in Italia (47,3%)».
Come si mantengono questi studenti? Un terzo degli intervistati, in mancanza di una borsa di studio, lavora svolgendo mansioni anche umili nel campo della ristorazione e dei servizi per aziende, e ancora più spesso lavora in nero; 1 su 4 cerca, con parecchi sforzi, di inviare alcuni risparmi alla famiglia in patria.
Secondo l’indagine, circa tre su quattro degli intervistati ritengono soddisfacente il proprio rendimento negli studi: il 15,7% lo considera eccellente, il 9,4% insufficiente. Più critici sono gli asiatici, più positivi gli africani e gli americani. Giudicano molto buono il rapporto con gli insegnanti e il loro livello di integrazione: 4 su 10 hanno intenzione di fermarsi in Italia. 
L’Italia – si legge nel Rapporto – a differenza di altri Paesi, trattiene gli studenti stranieri solo in una misura contenuta; la maggior parte rimpatria, con beneficio per i Paesi di origine e anche per i rapporti internazionali dell’Italia.
«È indispensabile che il “sistema Italia” si configuri attrattivo anche a livello professionale e si presenti come uno sbocco promettente per una maggiore quota di studenti internazionali che hanno compiuto o completato qui la loro carriera, facendo dell’Italia una “azienda internazionale” […] Bisogna fare di tutto affinché l’Italia non sia solo un Paese di passaggio e, per quanto riguarda l’università, è indispensabile renderla non solo più apprezzabile quanto ai saperi che trasmette, ma anche per il contorno amministrativo».
Se l’Italia viene promossa per quanto concerne la gestione dell’immigrazione (e in questo caso degli studenti internazionali), appare necessario attivare «disposizioni più adeguate, pratiche amministrative meno defatiganti, risorse finanziare congrue».  In poche parole, un’organizzazione più efficiente.
«A metà secolo, i cittadini stranieri, che secondo le previsioni incideranno per circa un quinto sulla popolazione residente in Italia […] arriveranno ad avere un peso notevole tra gli iscritti all’università. […] Questo scenario, maggiormente caratterizzato dalla globalizzazione del diritto allo studio, potrà esercitare un effetto positivo sull’Italia a livello culturale – innanzitutto con particolare riferimento ai Paesi dai quali provengono gli immigrati – ma anche economico, commerciale e politico».
Luca Cappelletti

[1] L’EMN - European Migration Network, operativa dal 2003, è una rete comunitaria istituita dalla Commissione Europea nei 28 Stati membri più la Norvegia per rispondere alle esigenze di informazione e delle istituzioni UE e delle autorità degli Stati membri, ma anche per informare l’opinione pubblica con dati e notizie affidabili.
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