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L’utilità dell’inutile – Manifesto
Nuccio Ordine
 


Bompiani, Milano 2013, pp. 272, € 9,00
 
Quando proposero a Winston Churchill di tagliare i fondi destinati all’arte e allo sviluppo della cultura per sostenere lo sforzo bellico egli semplicemente chiese «Ma allora, per cosa combattiamo?». Anni dopo, Robert Kennedy affermò: «Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani» (Università del Kansas, 18 marzo 1968).
Il libro di Ordine ripropone un tema  che  è sempre stato oggetto di dibattito. Recentemente Martha Nussbaum, nel suo libro Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica richiama l’attenzione sull’importanza delle scienze umane e sulla loro fondamentale rilevanza per le democrazie. Ora Nuccio Ordine presenta un vero e proprio manifesto – come recita il sottotitolo – in difesa di tutte le discipline e soprattutto di un atteggiamento maggiormente oculato verso la ricerca e la cultura che apparentemente si direbbero sconnesse dall’immediata utilità economica.
Il testo – di gradevole lettura – parte dall’assunto che le discipline e ricerche di settori prettamente umanistici, dai più ritenute “inutili”, sono invece assai “utili”. Ciò che sta più a cuore a Ordine – pur sottolineando che il suo discorso non intende mettere in contrapposizione  discipline scientifiche e  umanistiche – è il concetto di dignità dell’uomo, l’esigenza della ricchezza interiore, il valore della cultura come elevazione dello spirito. A sostegno della sua teoria, riporta numerosissime citazioni e testimonianze di autori (Democrito, Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti, Saint-Exupéry, Castellion, Lessing, Milton, Montesquieu, Hugo, Tocqueville, Herzen, Bataille, Newman, Gramsci), tutti mobilitati per dimostrare quanto la cultura sia importante, come sia necessario investire in essa, quanto sia esiziale definanziare le università e le scuole o addirittura rischiare la scomparsa di biblioteche gloriose, come quella del Warburg Institute, quanto sia fondamentale la lettura e lo studio dei classici, quanta saggezza sia racchiusa nei testi letterari (argomentata con una bella citazione del cardinale Bessarione, p. 147). Alla fine del libro ci si trova rinfrancati da così tante voci, testimonianza di uno stile argomentativo decisamente  ex actoritate.
Judith Butler[1], in un discorso tenuto alla McGill University di Montreal la scorsa primavera, ha dichiarato che «Gli studi umanistici ci danno la possibilità di leggere e interpretare testi di ogni genere, dalla televisione ai giornali ai nuovi media ai manuali agli scritti legali. Sono competenze assolutamente cruciali per una cittadinanza informata. Non c’è luogo migliore per acquisire giudizio critico che un corso di letteratura, dove viene insegnato a interrogare un testo, a inserirlo in prospettiva storica, a confrontarlo con altri di natura opposta per stabilirne l’accuratezza e la validità. Il ruolo delle discipline umanistiche nel mondo di oggi sta nel fatto che un certo gruppo di valori “neoliberisti”, come il profitto, l’efficienza, la conformità, sono ormai ben articolati e onnipresenti, e di conseguenza generalmente accettati come veri. Tuttavia, dobbiamo essere in grado di riflettere su quale sia l’importanza di questi valori e chiederci quali altri valori stiamo perdendo, quali andrebbero rianimati o creati a nuovo, al fine di contribuire a un mondo democratico in cui i nostri sensi siano vigili e in cui possiamo ancora porci la domanda di quale sia la vita buona, la vita giusta».
 
Lucia Berta
(febbraio 2014)
 


[1] Docente nel dipartimento di Retorica e Letteratura comparata della University of California a Berkeley, ricopre la cattedra intitolata a Hannah Arendt nella European Graduate School in Svizzera ed è considerata una delle figure più importanti nel settore degli studi di genere. A maggio 2013 ha ricevuto la laurea honoris causa dalla McGill; in quell’occasione ha sottolineato l’importanza della letteratura, della filosofia e della retorica anche, anzi soprattutto, nel contesto storico e economico odierno.
 
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